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Leonardo finisce in tribunale per le armi vendute a Israele

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Attualità

Leonardo nel mirino di un’azione legale: le leggi italiane e internazionali sull’export di armi renderebbero nulli i contratti con Israele

Un gruppo di importanti associazioni italiane si è unito a una cittadina palestinese per chiedere al Tribunale civile di Roma che siano dichiarati nulli i contratti stipulati da Leonardo spa e dalle sue controllate con lo Stato di Israele per la vendita e fornitura di armi. Iniziativa da inquadrare nel contesto di ciò che è in corso da oltre due anni nella striscia di Gaza. E che molteplici autorevoli voci, fra cui la Commissione internazionale indipendente d’Inchiesta dell’Onu sui Territori Palestinesi Occupati, affermano essere un genocidio.

“In nome della legge giù le armi, Leonardo”

“In nome della legge giù le armi, Leonardo” è il nome dato alla causa intentata al Tribunale civile di Roma. Alla denuncia di  Hala Abulebdeh, farmacista gazawi a cui è stata sterminata tutta la famiglia da Israele, si sono unite una serie di Ong: Assopace Palestina, A Buon Diritto, ATTAC Italia, ARCI, ACLI, Pax Christi, Un Ponte Per. L’azione legale infatti chiama in causa anche lo Stato italiano, che col ministero dell’Economia e delle Finanze è azionista di maggioranza di Leonardo.

È la seconda iniziativa legale che in breve tempo che prende di mira Leonardo in riferimento a quanto sta succedendo Gaza. A ottobre, infatti, l’amministratore delegato di Leonardo Roberto Cingolani era stato denunciato alla Corte penale internazionale, insieme ai vertici del governo italiano, per «presumibile complicità nei crimini israeliani».

L’impegno di Un Ponte Per contro la guerra

Un Ponte Per (UPP) da oltre trent’anni lavora in Paesi teatro di conflitti armati, quali Iraq e Siria. O il Libano, «dove gli attacchi israeliani non si sono mai fermati», spiega Giulia Torrini, presidente di UPP. «Vediamo ogni giorno gli effetti della guerra. Pensare che in qualche modo l’Italia possa favorire lo sterminio della popolazione civile, non ci sta bene. Fare causa a Leonardo non è cosa da tutti i giorni per associazioni come noi. Ma ci è sembrato importante farlo, specie in questo periodo storico».

Scopo dell’azione legale, ci tiene a sottolineare Torrini, non è attaccare Leonardo. Ma chiedere di verificare se si stia effettivamente applicando la legge. «Le domande che poniamo sono quelle che si fanno i nostri soci e la stragrande maggioranza dei cittadini italiani. Se l’Italia ripudia la guerra, come afferma l’articolo 11 della nostra Costituzione, perché vende armi a Paesi in guerra? Il nostro scopo è che della causa si parli il più possibile».

Soprattutto Torrini tiene a distinguere i lavoratori di Leonardo dall’azienda. «In piazza Leonardo non l’ho mai vista, i lavoratori sì. Come tutti i lavoratori dell’industria bellica, o i portuali costretti a caricare le armi nelle navi, non hanno colpa perché sono soggetti al ricatto del lavoro e non hanno alternative».

I vincoli all’export di armi

A rappresentare i ricorrenti, insieme alla collega Veronica Dini, è l’avvocato Luca Saltalamacchia, uno dei giuristi che mesi fa hanno inviato una diffida al governo italiano chiedendo la revoca del Memorandum Italia-Israele in materia militare. «Il trattato internazionale sul commercio delle armi del 2013 sottoscritto dall’Italia, e la Legge italiana 185/1990, proibiscono l’esportazione di armi verso Paesi in guerra e Paesi che violano sistematicamente i diritti umani», spiega Saltalamacchia.

«La Legge italiana proibisce l’esportazione verso Paesi la cui politica contrasti con i princìpi dell’articolo 11 della Costituzione. Quella internazionale l’esportazione delle armi qualora al momento dell’autorizzazione si sia a conoscenza del fatto che le armi o i beni possono essere utilizzati per la commissione di genocidi, crimini contro l’umanità, gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra del 1949. Attacchi diretti a obiettivi o soggetti civili protetti in quanto tali o altri crimini di guerra definiti come tali dagli accordi internazionali di cui lo Stato è parte».

I ricorrenti si sono dunque rivolti al tribunale per chiedere se si stiano rispettando i precisi vincoli posti da leggi nazionali e internazionali. Cioè se sia legittimo che lo Stato italiano abbia consentito l’esportazione di armi verso Israele, «da anni riconosciuto come uno Stato che viola sistematicamente i diritti umani e la cui politica sicuramente non è in linea con l’art. 11 della Costituzione. Dopo il 7 ottobre 2023, con un genocidio in atto, ci chiediamo come sia possibile che lo Stato non abbia sospeso le licenze già accordate e non abbia impedito a Leonardo di vendere armi, anche attraverso sue controllate o partecipate, allo Stato di Israele. Peraltro, tale trasferimento è contrario anche al Codice etico di Leonardo», conclude Saltalamacchia.

Le Ong e Leonardo in attesa della prima udienza

A metà maggio Un Ponte Per ha fatto parte della carovana solidale organizzata da AOI (Associazione delle Ong italiane), con al seguito numerosi politici, che è arrivata al valico di Rafah. Ma non è stata fatta entrare. «Abbiamo visto i camion con gli aiuti fermi, i magazzini pieni di cibo e medicinali. Abbiamo sentito le bombe che a solo un chilometro da noi cadevano uccidendo persone: è stato terribile», racconta Torrini.

La prima udienza della causa dovrebbe tenersi nei primi mesi di quest’anno. «Vedremo cosa deciderà il giudice e ripartiremo da lì», conclude Torrini. «Se deciderà come noi auspichiamo, diventerà interessante. L’Italia e il mondo vanno verso il riarmo e la passione per il bellico, noi su questo siamo intransigenti e ci rivolgiamo a tutti i cittadini e lavoratori italiani. Non vogliamo assolutamente che la spesa pubblica vada verso il riarmo. Contro la guerra siamo e saremo sempre nelle piazze».

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