Economia
22/01/2026
da Ansa
Poteva essere l'ultimo giro di boa e invece, dopo oltre 25 anni di negoziati, l'accordo commerciale Ue-Mercosur si è insabbiato ancora.
A determinare l'ennesimo stop all'intesa, già siglata da Ursula von der Leyen assieme ai partner latinoamericani sabato 17 in Paraguay, è stata l'Eurocamera, approvando con un margine risicatissimo di 10 voti la richiesta di inviare il testo alla Corte di giustizia europea per un parere legale.
Una mossa che congela di fatto la possibilità di una ratifica finale in plenaria prima dei lunghi tempi del tribunale lussemburghese.
All'annuncio del voto, un tripudio di gioia è esploso davanti alla sede del Parlamento europeo di Strasburgo: "Vittoria", hanno le migliaia di agricoltori riuniti da ieri nella capitale alsaziana con i loro trattori.
La decisione dell'emiciclo suona come uno schiaffo alla leadership della Commissione Ue, proprio nei giorni in cui Bruxelles aveva chiesto unità alle forze politiche davanti alle minacce di Donald Trump.
Von der Leyen stessa, poco prima del voto, aveva ricordato all'Aula che "l'accordo con il Mercosur è necessario per proteggere l'Europa". Parole che non hanno convinto gli eurodeputati.
Sul fronte italiano il voto ha spaccato al loro interno maggioranza e opposizione, rendendo ininfluente la svolta pro-Mercosur dei meloniani: la richiesta di rinvio ha infatti ottenuto i voti di Lega, AvS e dell'intera delegazione del M5S. Contrari al ricorso invece - insieme a FdI - Forza Italia e Pd.
Al termine dello scrutinio hanno esultato gli eurodeputati pentastellati, che hanno parlato di "vittoria degli agricoltori e sconfitta del duo von der Leyen-Meloni".
Delusione invece in casa dem: per Nardella lo stop è "un'occasione persa". Una posizione condivisa dal compagno di delegazione Benifei, che ha espresso "profondo rammarico". Più cauta la reazione della delegazione di FdI, che ha messo in luce "un accordo migliorato rispetto al passato" e sul quale "si dovrà lavorare ulteriormente affinché i risultati raggiunti non siano messi in discussione da questo voto".
A fermare l'intesa è stato un fronte variegatissimo che ha travalicato i gruppi politici. L'immagine apparsa sui tabelloni di Strasburgo dopo il voto, infatti, più che quella di un'Aula divisa fotografa un'Europa a macchia di leopardo, spezzettata tra interessi nazionali. Decisiva è stata la pressione degli eurodeputati di Francia, Romania, Polonia e Grecia, largamente a favore del rinvio.
"Il Parlamento europeo si è espresso in coerenza con la posizione che abbiamo difeso: la Francia sa dire di 'no' quando serve e spesso la storia le dà ragione'', ha commentato su X il ministro degli Esteri francese, Jean-Noel Barrot, aggiungendo che "la lotta continua per proteggere la nostra agricoltura e garantire la nostra sovranità alimentare".
A guidare invece il fronte del sostegno al Mercosur, contrari al ricorso ai giudici, sono stati principalmente gli eurodeputati di Italia, Germania e Spagna. Ne escono a pezzi i grandi gruppi politici europei: nel Ppe le defezioni sono state 43, principalmente polacchi, francesi e ungheresi, che hanno votato a favore del rinvio contrariamente alla linea del gruppo. In casa socialista le defezioni sono state 35. Spaccati i liberali, con 24 voti a favore del rinvio e 46 contrari, e Ecr, con 35 eurodeputati a favore e 39 contrari.
Unici compatti risultano gli estremi opposti della Sinistra Ue e dei Patrioti, autori dell'assalto all'intesa commerciale.
La partita si sposta ora sull'uso della clausola di applicazione provvisoria, già prevista dall'accordo. Per il Ppe è la strada da seguire in attesa del pronunciamento della Corte, come ribadisce il relatore del testo, lo svedese Jorgen Warborn. Una linea sostenuta anche dal cancelliere Friedrich Merz, che da Berlino ha definito "deplorevole" la scelta del Parlamento europeo, chiedendo di andare avanti.
Contro questa ipotesi però sinistra e sovranisti annunciano battaglia: i Socialisti parlano di un "conflitto istituzionale enorme", per la Sinistra Ue sarebbe "uno scandalo", mentre per il leghista Paolo Borchia si tratterebbe di "una forzatura, non la prima di Ursula von der Leyen".

