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L’europarlamento affossa il diritto d’asilo nell’Unione

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Politica estera 

11/02/2026

da Il Manifesto

Giansandro Merli

Eurovisione Via libera alle deportazioni extra Ue. E anche il progetto Albania potrebbe accelerare. Il concetto di paese terzo sicuro appare incompatibile con la Costituzione. Il Ppe vota di nuovo con le estreme destre. Defezioni nel centrosinistra

Il parlamento europeo ha affossato in via definitiva il diritto d’asilo nell’Ue. L’approvazione delle modifiche al regolamento procedure, già passate da Commissione e Consiglio, getta le basi per cancellare questo pilastro europeo. Con 408 voti a favore, 184 contrari e 60 astensioni è stata votata la creazione di un elenco comune di paesi di origine sicuri. Con 396 voti a favore, 226 contrari e 30 astensioni gli eurodeputati hanno dato il via libera al concetto di paese terzo sicuro. Popolari ed estrema destra si sono schierati insieme. I socialdemocratici si sono opposti, con le defezioni di danesi, svedesi e rumeni. La sinistra europea ha detto compattamente No.

LA NOVITÀ IN GRADO di distruggere l’architettura del diritto d’asilo Ue, incentrato sul principio di territorialità, è il concetto di paese terzo sicuro. Finora un richiedente asilo poteva essere rimbalzato fuori dall’Europa solo se aveva un legame con lo Stato terzo o se vi era transitato, come accade ai migranti che dalla Turchia arrivano in Grecia. Ora basterà che l’Ue o un paese membro abbiano un accordo con un partner internazionale. È il modello Ruanda, diverso e più pericoloso del protocollo Albania. Facciamo un esempio: se l’Italia dovesse stabilire un’intesa con il Kenya, poniamo caso, ritenuto paese terzo sicuro potrebbe giudicare inammissibili le domande di qualsiasi richiedente asilo, russo o eritreo è uguale, e deportarlo a Nairobi. La persona sarebbe subappaltata per sempre, non solo durante l’esame della richiesta di protezione (come in Albania).

C’è da scommettere che quando la norma entrerà in vigore, da giugno 2026 con il nuovo Patto Ue, si aprirà un mercato di paesi terzi sicuri per spingere i vari governi, attraverso incentivi economici e/o ricatti politici, ad accollarsi quote di disperati della terra. Se questo sia compatibile con la Carta dei diritti fondamentali dell’Ue andrà verificato. La Costituzione italiana, però, stabilisce chiaramente che «lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica».

SENZA CANCELLARE dall’articolo 10 l’espressione «nel territorio della Repubblica» non si vede come la norma Ue possa superare il vaglio della Consulta, che prima o poi sarà chiamata a pronunciarsi sulla tutela di quello che a tutti gli effetti è un principio fondante dell’ordinamento costituzionale. Il dibattito sul «controlimite», un argine invalicabile al primato del diritto Ue a tutela della massima Carta nazionale, entrerà così nel vivo. Intanto, però, la politica sarà andata avanti per la sua strada. Se potesse contare anche sulla vittoria al referendum per la riforma della magistratura gli equilibri tra i poteri sarebbero alterati per sempre e i confini all’arbitrio dell’esecutivo molto più labili.

Nella campagna referendaria rischia di inserirsi anche l’altro punto approvato ieri all’europarlamento: la lista dei paesi di origine sicuri. C’è una conclusione ambigua nel testo, un paragrafo che gli esperti di diritto europeo hanno difficoltà a ricordare in precedenti atti legislativi. Gli Stati membri «dovrebbero essere in grado di applicare il prima possibile» (should be able to apply as soon as possible), prima di giugno 2026, le eccezioni geografiche o per categorie di persone agli Stati di origine dei migranti che chiedono asilo. Il governo italiano si è battuto strenuamente per anticipare questa possibilità nella convinzione, tutta da verificare visti i paletti posti dalla Corte di giustizia Ue, che così ai giudici italiani mancherebbero argomenti per disapplicare le procedure accelerate di frontiera, quelle che permettono la detenzione in Albania dei richiedenti asilo di Bangladesh, Egitto e Tunisia.

AL MOMENTO non risultano annunci ufficiali del governo su un riavvio del protocollo con Tirana, nella forma iniziale riservata a chi non è mai entrato in Italia, prima dell’estate. Il Viminale ha sempre parlato di giugno. Se però ci fossero i tempi tecnici della burocrazia europea e quel «should be able to apply as soon as possible» non fosse interpretato come una condizione preliminare all’entrata in vigore del Patto per evitare ritardi, ma come la possibilità concreta di anticiparlo, la partita cambierebbe.

E l’esecutivo sarebbe in una situazione di win-win: nel caso in cui i giudici dessero il via libera alle detenzioni oltre Adriatico il governo potrebbe dire, a torto visto che ha dovuto cambiare le norme comunitarie, di avere sempre avuto ragione; se le toghe bloccassero ancora i trattenimenti Meloni e Piantedosi avrebbero nuovi argomenti per attaccarle prima del referendum.

DEL RESTO i segnali che il governo si appresta a violare le sentenze e le norme sovraordinate aumentano su diversi fronti. È solo questione di tempo. E solo una sonora bocciatura della riforma della magistratura potrebbe fissare un argine. Politico prima ancora che giuridico.

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