06/03/2026
da Il manifesto
La striscia di Beirut Panico nel quartiere più densamente popolato della capitale. A tarda serata è un susseguirsi di esplosioni. Israel Katz: «L’esercito israeliano resterà sempre in Libano e a Gaza»

«Somiglierà a Khan Younis» la Dahiyeh. Queste le parole del ministro israeliano delle finanze Bezalel Smotrich in riferimento alla zona sud di Beirut. Un ordine di evacuazione urgente è stato diramato ieri alle due di pomeriggio locali nelle quattro municipalità che compongono la Dahiyeh Janubieh, periferia sud di Beirut, fortemente colpita nel conflitto cominciato in Libano tra Israele e Hezbollah l’8 ottobre 2023.
LA DAHIYEH, considerata la roccaforte di Hezbollah nella capitale per la sua alta presenza sciita, ospita in realtà circa mezzo milione di persone non solo sciite ed è l’area a più alta densità abitativa della capitale e del Libano. Scene di panico nel pomeriggio. Strade invase e bloccate. Code chilometriche sulle strade principali e secondarie di gente che scappava dalle bombe imminenti. Poi ore di attesa prima dei bombardamenti, parte di una strategia psicologica di logoramento ampiamente utilizzata da Israele contro i suoi nemici. Mercoledì svariati ordini di evacuazione di edifici non hanno corrisposto ai reali attacchi. Dopo oltre sei ore dall’avviso di evacuazione della periferia sud di Beirut, il primo bombardamento è arrivato alle 21:25 locali.
E poi è un susseguirsi di esplosioni. L’aviazione israeliana colpisce i primi tre obiettivi a Ghobeiri, poi altre due fortissime esplosioni che si sono avvertite chiaramente anche a grandi distanze. Si tratta di due bombardamenti consecutivi a Haret Hreik. E ancora bombe.
Il ministro dell’informazione e dell’intelligenza artificiale Kamal Shehadi ha dichiarato che «non esiste alcuna garanzia internazionale per la protezione delle infrastrutture del paese, che si tratti dell’aeroporto, del porto o della strada per l’aeroporto».
Ordini di evacuazione emanati mercoledì e ribaditi ieri dall’esercito israeliano in tutta la zona a sud del fiume Litani, inclusa la città di Tiro, importante snodo logistico e commerciale libanese e uno dei luoghi simbolo dell’egemonia di Hezbollah nel sud del paese. In serata, ieri, l’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione di tre villaggi della Bekaa, nell’est del paese.
LE TRUPPE israeliane stanno in queste ore implementando l’invasione di terra di questa zona che, nell’ottica israeliana, dovrà diventare un’area cuscinetto controllata da Israele. Un’area fertile, ricca d’acqua, ma soprattutto ricca di gas a largo delle sue coste. Nel giugno 2022, attraverso la mediazione statunitense, Libano e Israele erano arrivati a un accordo sul confine marittimo; accordo fondamentale per trivellare i fondali e cominciare ad estrarre gas naturale. Questa invasione potrebbe ridisegnare i confini tra i due paesi, inclusi quelli marittimi, e far saltare l’accordo.
Alla fine del 2026 anche Unifil -la missione Onu di interposizione nata nel 1978 in piena guerra civile libanese (1975-90)- sarà costretto a lasciare le postazioni tra i due stati che, se non hanno evitato scontri e invasioni, hanno in questi anni almeno monitorato la zona e mediato tra le parti.
Hezbollah ha annunciato nel pomeriggio di ieri di aver colpito un gruppo di soldati israeliani a Marjayoun e di aver attaccato l’esercito israeliano in territorio libanese e israeliano.
ISRAELE HA INVECE bombardato a tappeto il sud. Primo bombardamento di questa fase anche nel nord del paese, a Tripoli, dove l’esercito israeliano ha rivendicato l’uccisione di Wassim Attallah Ali, comandante di Hamas, e di sua moglie, nel campo palestinese di Beddaoui. Bombardamenti anche nell’est del paese, nella valle della Bekaa, oltre quelli della notte tra mercoledì e ieri su Beirut. Oltre 300 i bombardamenti dall’alba del 2 marzo ad oggi.
Al momento risponde con efficienza la macchina per l’emergenza rifugiati messa su in questi anni di guerra e mai veramente smantellata. Ong locali e internazionali in coordinamento con lo stato centrale offrono al momento servizi di prima assistenza agli sfollati del sud e della capitale. Scuole e palestre trasformati per l’ennesima volta in rifugi in tutto il paese. Almeno 250mila gli sfollati provenienti dal sud. Soltanto la Dahiyeh ospita mezzo milione di abitanti e al momento non si hanno dati precisi di quante siano le persone in fuga. Migliaia i siriani -se ne stimano 35mila- che dal Libano, dove si erano rifugiati durante la guerra in Siria, hanno attraversato il confine per tornare in patria. Molti anche i libanesi della valle della Bekaa che si sono rifugiati in Siria. Damasco ha infatti ordinato il rafforzamento dei controlli nei punti di ingresso.
Oltre un centinaio i morti dall’alba di lunedì quando, in seguito al lancio di missili da parte di Hezbollah sul nord di Israele, Tel Aviv ha ordinato questa nuova e potente offensiva. Il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, ha chiarito che Hezbollah non indietreggerà. Si tratta a tutti gli effetti di un momento in cui il Partito di Dio non rischia di perdere solo una battaglia, ma la propria legittimità.
INTANTO il ministro della difesa israeliano Israel Katz ha affermato che Tel Aviv effettuerà dei cambiamenti strategici a lungo termine e ha dichiarato che l’esercito israeliano resterà «sempre» a Gaza e in Libano, che lui ha qualificato come «zone di sicurezza».
L’aeroporto di Beirut è rimasto aperto ieri sera anche se moltissimi voli in entrata e in uscita sono stati cancellati e nonostante le strade per raggiungerlo fossero state colpite all’alba.
L’ELISEO SI SCHIERA con il popolo libanese e Emmanuel Macron chiede a Netanyahu di «non estendere il conflitto al Libano». Troppo tardi. La guerra in Libano è a un punto di non ritorno e bisogna solo aspettare di capire quale sarà la direzione che prenderà una volta che questa fase sarà terminata.

