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Libano sotto le bombe, l’ira di Trump contro Israele

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Politica estera

17/06/2026

da il Manifesto

Michele Giorgio

La guerra grande A Beirut intanto prevale un cauto ottimismo: il governo è convinto che la Casa bianca costringerà Tel Aviv a ritirarsi

I comandi militari israeliani, scriveva ieri Maariv, attendono di conoscere il contenuto del memorandum d’intesa tra Usa e Iran. Le informazioni ricevute sarebbero rassicuranti per Benyamin Netanyahu e i vertici delle forze armate. L’accordo prevederebbe che le truppe israeliane restino dove sono, sulla Linea Gialla che delimita la zona cuscinetto creata nel Libano meridionale. Non solo: potranno continuare a colpire nell’area compresa tra il confine e la Linea Gialla. Centinaia di migliaia di civili libanesi non saranno autorizzati a tornare nei centri abitati all’interno della zona cuscinetto e in altre aree. Tutto come previsto da Netanyahu, quando ha annunciato lunedì sera che Israele non si ritirerà dal Libano. A Beirut, però, hanno ricevuto altre indiscrezioni.

Nabih Berri, presidente sciita del Parlamento e alleato di Hezbollah, si diceva ieri soddisfatto perché, da ciò che ha saputo, il ritiro israeliano dal Paese è contemplato dall’accordo tra Usa e Iran. «Israele non ha libertà di manovra e nei 60 giorni di tregua si lavorerà per garantire che l’esercito di occupazione lasci il Libano», ha riferito ai giornalisti. E quando gli hanno chiesto cosa, a suo avviso, garantirà un destino diverso e migliore a questo accordo rispetto a quello di tregua del 27 novembre 2024, mai rispettato da Israele, Berri ha risposto: «Questa volta Donald Trump se n’è occupato personalmente e l’Iran è presente con tutto il suo peso e la sua supervisione». Moderatamente fiducioso appare anche Hezbollah.

I libanesi si affidano alle posizioni che prenderà il presidente americano nei confronti di Israele. Nette, credono, quindi in grado di assicurare l’attuazione dell’accordo contro le intenzioni di Tel Aviv. Aspettative esagerate. Però il tycoon appare davvero infastidito dall’insistenza del premier israeliano nel chiedere mani libere in Libano in contrasto con la linea dell’Iran. Una richiesta solo in apparenza dettata da questioni di sicurezza perché, è chiaro anche alla Casa Bianca, se soddisfatta darebbe a Israele la capacità di silurare, al momento opportuno, le intese tra Washington e Teheran che non fanno gli interessi strategici di Israele.

«È finita la relazione speciale tra Stati Uniti e Israele?». Questo era l’interrogativo ieri dei media israeliani e internazionali. No, però Trump è in rotta di collisione con Benyamin Netanyahu, un amico e alleato che finge di assecondarlo e poi fa di testa sua. Ieri pesavano come un macigno le critiche di Trump alle strategie militari israeliane in Libano. «Israele sta combattendo Hezbollah da troppo tempo e troppe persone vengono uccise.

Non è necessario abbattere un condominio ogni volta che si cerca qualcuno. Suggerisco di lasciare che sia la Siria a occuparsi di Hezbollah perché, a essere sincero, penso che loro lo facciano meglio», ha detto il presidente Usa parlando con i giornalisti al G7. «Senza di noi, senza gli Stati Uniti, non ci sarebbe Israele. Senza di me non ci sarebbe Israele perché nessun altro presidente era disposto a fare ciò che ho fatto io», ha rincarato la dose prima di puntare il dito verso il premier israeliano. «Ho avuto un ottimo rapporto con Bibi (come spesso è chiamato Netanyahu, ndr)», ha detto, «ma ora deve essere più responsabile nei confronti del Libano».

Frasi che non possono passare inosservate in un clima che complica non poco la realizzazione dei piani del governo israeliano. Domenica era emerso che, secondo due fonti locali, in una delle ultime conversazioni con Netanyahu, Trump avrebbe sollevato la questione dell’occupazione israeliana in Libano e sul Monte Hermon (Jabal Sheikh) siriano. Malgrado ciò, il capo del governo e della destra israeliana continua a tenere un profilo basso di fronte alle esternazioni di Trump, per non allargare le differenze con la Casa Bianca. E un suo fedele alleato, il ministro degli Esteri Gideon Saar, prova a contenere i danni di fronte al crescente isolamento di Israele. A minare i suoi sforzi sono sempre i ministri ultranazionalisti, pronti ad annunciare con orgoglio progetti che sfidano apertamente accordi e relazioni internazionali.

All’inaugurazione ieri di una colonia israeliana, il ministro delle Finanze Smotrich ha addirittura proclamato di aver annullato l’Accordo di Hebron, ufficialmente noto come «Protocollo sul ridispiegamento a Hebron», firmato dallo scomparso leader palestinese Yasser Arafat e Benyamin Netanyahu nel gennaio 1997. L’intesa divise «temporaneamente» la città palestinese in due zone, H1 e H2, con la seconda sotto il controllo israeliano militare ma non amministrativo. Smotrich ha detto di aver assegnato a un non meglio precisato Consiglio amministrativo di Hebron i poteri di pianificazione dell’Autorità nazionale palestinese sulla Città Vecchia di Hebron.

«Ho imposto una sovranità concreta e il rafforzamento del dominio israeliano; ciò costituisce una correzione di uno dei principali errori lasciati dagli Accordi di Oslo». L’obiettivo palese è strappare al Comune di Hebron il controllo del sito religioso della Tomba dei Patriarchi. Il ministero degli Esteri è intervenuto qualche ora dopo per precisare che l’Accordo di Hebron resta in vigore e non è stato annullato, come afferma Smotrich.

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