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L’imperatore d’Occidente colpisce ancora

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04/01/2026

da il Manifesto

Francesco Strazzari

Imperialismo Il messaggio di Trump sul dominio dell’emisfero occidentale arriva chiaro ai leader latinoamericani. Con l’ambizione di controllare il mercato globale del petrolio.

«Trump si prende il Venezuela e la Russia riprende l’Ucraina» – affermò nel 2020 il leader fascista russo Zirinovskij. Il 3 gennaio dello stesso anno il presidente Usa chiudeva il suo primo mandato facendo uccidere il generale iraniano Suleimani.

Sei anni dopo, ancora un 3 gennaio, eccoci con la Delta force a Caracas. In un solo anno, Trump ha bombardato in modo unilaterale – e pressoché ignorando il Congresso – Iran, Yemen, Siria, Iraq, Afghanistan, Somalia, Nigeria e ora il Venezuela. Alla faccia della sicumera di chi prevedeva, a beneficio europeo, meno guerre grazie a un presidente isolazionista.

Come i nazionalismi, le pulsioni imperialiste si rafforzano l’una con l’altra. Davanti a queste azioni militari, e al prelievo e detenzione del presidente venezuelano e signora, diventa molto arduo capire perché altre potenze e aspiranti tali, a cominciare da Cina e Russia, non dovrebbero esibirsi in frequenti “operazioni speciali” nel proprio vicinato. Poche ore prima dell’inizio dei bombardamenti, arrivava a Caracas l’inviato speciale di Pechino, che metteva sul tavolo di Maduro 600 accordi bilaterali.

Impegnata con la propria marina al largo di Taiwan («l’irreversibile riunificazione nazionale») la Cina aveva intercettato un cargo carico di Himar made in Usa, annunciando l’intensificarsi delle intercettazioni sulle armi dirette a Taipei. Con i diplomatici cinesi ancora in loco, il messaggio a chi mostra interesse ad espandere i propri interessi nel “cortile di casa” americano non potrebbe essere più esplicito: l’appoggio esterno non protegge dalla nuova dottrina Monroe e dalla ‘guerra alla droga’ che gli Usa perseguono dal 1971 con esemplare doppiopesismo ed esiti nefasti. Come già in Siria, il Venezuela evidenzia come, quando la situazione diventa critica, Russia e Cina non possono salvare il regime amico.

IL MESSAGGIO SUL DOMINIO statunitense sull’emisfero occidentale arriva chiaro ai leader latinoamericani. Destra e sinistra non sono categorie irrilevanti per comprendere. La Colombia guidata da Gustavo Petro ha schierato l’esercito alla frontiera: appena entrata a far parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ne ha chiesto la convocazione urgente. Stessa enfasi nella reazione della presidente del Messico, Claudia Sheinbaum Pardo, che ha condannato «con fermezza» e ha richiamato l’articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite: «I membri dell’Organizzazione si astengono, nelle loro relazioni internazionali, dal ricorrere alla minaccia o all’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato».

Una dura condanna arriva dal Brasile, che, sin dai tempi della prima presidenza di Lula, con Chávez ancora a capo del paese, ha cercato di attirare il movimentismo venezuelano verso un ancoraggio istituzionale più pragmatico. Oggi Lula ha twittato che «i bombardamenti sul territorio venezuelano e la cattura del suo presidente superano ogni limite accettabile», aggiungendo che l’azione «ricorda i momenti peggiori dell’ingerenza nella politica dell’America Latina e dei Caraibi, e minaccia la conservazione della regione come zona di pace». L’obiettivo ultimo della nuova dottrina Monroe è l’imposizione di un ordine ideologico conforme alla visione e agli interessi di Donald Trump in tutta l’America Latina. Proprio il gigante brasiliano può essere allora visto come il vero ostacolo: il Fmi prevede che dal 2028 Brasilia guiderà un paese ricco, con il 57% del Pil dell’America Latina, corrispondente al 7,3% del Pil mondiale e a una forza crescente all’interno dei Brics.

AMPLIANDO IL QUADRO, un blando riferimento alla Carta dell’Onu si trova nella dichiarazione di Kaja Kallas, la quale però si premura innanzitutto di sottolineare l’illegittimità del governo Maduro. Mentre il governo Meloni considera «legittimo» l’intervento, più destra esultano: il neo-eletto cileno Kast parla di «una grande notizia», mentre dall’Argentina il miracolato Javier Milei si produce in un «viva la libertà!».

Per far fronte a livelli di consenso sempre più bassi, Nicolas Maduro, gran fustigatore della «democrazia liberale occidentale in declino terminale», «manipolata dai social media, e al servizio di miliardari e corporazioni» ha rubato l’esito delle elezioni, abbarbicandosi al potere e dispiegando forme sempre più brutali di repressione – oltre a favorire reti di narcotraffico, incorporandole in ruoli formali così da assicurarsene l’appoggio.

Non sappiamo, al momento, quale sarà l’evoluzione in Venezuela. Il fatto che siano state bombardate solo alcune installazioni militari, verosimilmente controllate dai settori lealisti, sembra accreditare l’ipotesi di un’intesa dietro le quinte, un braccio di ferro fra fazioni per trattare con un’opposizione anch’essa assai divisa. Vedremo quali rese dei conti emergeranno e chi verrà accreditato dagli Usa (non la Nobel Machado, significativamente già depennata). Soprattutto nel momento in cui Trump, con il piglio imperiale di chi doma una provincia esponendo sui social la foto-scalpo del capo ribelle, annuncia di essere pronto a un secondo attacco, e a prendere le redini del governo della provincia stessa.

LA STORIA dell’interventismo statunitense in America Latina è una storia di violazioni dei diritti umani, rapina economica, povertà e persino genocidio, non certo di emancipazione. È evidente che a Washington non importano il pedigree democratico, i diritti fondamentali e nemmeno il narcotraffico. Prova ne è la grazia concessa un mese fa all’ex presidente dell’Honduras (condannato al carcere negli Usa per narcotraffico), accompagnata dall’appoggio a un suo epigono a guidare da destra il paese centroamericano.

In Venezuela, come in molti altri paesi bersagliati nel 2025, c’è ricchezza di risorse: minerali, acqua (il controllo del bacino dell’Orinoco), ed enormi giacimenti di petrolio, dove da sempre operano le compagnie Usa. Qui si manifesta l’ambizione di Trump al controllo del mercato globale del petrolio, che al momento offre una finestra di opportunità, mostrandosi relativamente capace di assorbire colpi senza sbalzi nei prezzi. Intanto, ancora una volta emerge l’ambizione americana a colonizzare tramite regime change: non occorre andare lontano nel tempo per avere un’idea di come possa andare a finire.

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