19/04/2026
da Il Manifesto
La guerra grande La libera navigazione nello Stretto è durata un giorno
Dopo l’annuncio iraniano della riapertura dello Stretto di Hormuz, sembrava che gli armatori potessero finalmente tirare un sospiro di sollievo e che i mercantili bloccati da settimane nel Golfo Persico potessero tornare col vento in poppa. È durato meno di un giorno. Si sono rapidamente dissolte anche le parole del presidente americano: «Lo Stretto di Hormuz è aperto e non sarà più usato come arma contro il mondo!».
L’amministrazione trumpiana sembra però non conoscere l’antica arte del mercanteggiare, nata proprio nei mercati della Mesopotamia già nel 3000 a.C.. Teheran ha sì aperto Hormuz per mostrarsi responsabile verso la sorte dei paesi poveri che, a causa della chiusura dello stretto, subiscono un’impennata dei prezzi dell’energia e del cibo e una diminuzione del potere d’acquisto e della stabilità, ma un buon mercante non dimentica mai il tornaconto. Gli iraniani si aspettavano che Washington revocasse il suo blocco navale – imposto in ritorsione alla chiusura dello Stretto a chiunque o esca dai porti iraniani.
DONALD TRUMP ha invece cambiato le carte in tavola: «Il blocco navale rimarrà in vigore finché non sarà raggiunto un accordo con l’Iran». La reazione di Teheran è stata fulminante: «Il controllo dello Stretto di Hormuz è tornato sotto la stretta gestione delle forze armate», ha dichiarato sabato mattina il comando militare congiunto iraniano. L’Alto Consiglio per la Sicurezza iraniano è andato oltre: «L’Iran è determinato a monitorare e controllare il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz fino alla fine definitiva della guerra e al raggiungimento di una pace duratura nella regione». La mossa rappresenta il culmine di una dottrina difensiva in cui l’Iran ha identificato nello Stretto di Hormuz il suo deterrente più efficace contro le pressioni esterne. Teheran ora giustifica la chiusura denunciando atti di «pirateria» (blocco navale) da parte degli Stati Uniti.
La situazione è diventata incandescente quando due cannoniere del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie (la martina itaniana che secondo Trump era stata «obliterata» settimane fa) hanno aperto il fuoco contro due navi battenti bandiera indiana che tentavano di attraversare lo Stretto di Hormuz. L’India ha convocato l’ambasciatore iraniano a Nuova Delhi e espresso la sua «profonda preoccupazione» per l’attacco, ma i dati di tracciamento di MarineTraffic mostrano le imbarcazioni che rallentano e fanno un’inversione a U dopo aver superato l’isola di Larak.
ALTRE NAVI ce l’hanno fatta a uscire dallo Stretto, incluso un convoglio di grandi navi da crociera che comprendeva l’italiana Msc Euribia, fiore all’occhiello della flotta dell’armatore italo-svizzero (erano intrappolate nel Golfo da 40 giorni, con gravi conseguenze: è ormai saltata la stagione delle crociere nei fiordi norvegesi).
Intanto Trump esternava sulla guerra a beneficio dei mercati ancora aperti: «Sono in corso discorsi molto buoni» con l’Iran, Teheran – ha detto – è una parte che «si comporta in modo un po’ astuto», ma del resto «loro hanno fatto questo per 47 anni» Per lui, i leader iraniani potranno anche chiudere lo Stretto di Hormuz ma gli Stati Uniti non permetteranno che facciano «ricatti». Il presidente americano ha lasciato intendere che un accordo storico con Teheran potrebbe essere imminente, e accordo storico vuol dire uranio. Ha però sottolineato che potrebbe non estendere il cessate il fuoco se i negoziati fallissero e ha avvertito che gli Stati Uniti si procurerebbero il materiale nucleare iraniano «in una forma molto più ostile» se non si raggiungesse un accordo per il suo trasferimento pacifico.
DIVERSI QUOTIDIANI iraniani hanno pubblicato ieri l’ultimo messaggio scritto attribuito alla Guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei. Il messaggio avverte i «nemici» che la marina iraniana è pronta a far loro «assaporare l’amarezza di nuove sconfitte». Khamenei non è ancora stato visto in pubblico da quando è diventato Guida suprema all’inizio di marzo.
QUESTE DICHIARAZIONI arrivano in un momento di stallo diplomatico. «L’Iran non è ancora pronto per un nuovo round di negoziati faccia a faccia con gli Stati Uniti», ha dichiarato il vice ministro degli esteri iraniano Saeed Khatibzadeh, a margine di un forum diplomatico in Turchia, accusando Washington di non voler abbandonare le sue richieste «massimaliste». Khatibzadeh ha inoltre respinto le affermazioni del presidente Trump, secondo cui gli Usa si impadroniranno dell’uranio arricchito iraniano. «Nessun materiale arricchito – ha detto – sarà spedito agli Stati Uniti, è una precondizione inaccettabile».
Il Consiglio supremo per la sicurezza iraniano ha dichiarato che «negli ultimi giorni, con la presenza a Teheran del comandante dell’esercito pakistano in qualità di intermediario, gli americani hanno avanzato nuove proposte, che la Repubblica islamica sta attualmente esaminando e alle quali non ha ancora risposto».
TRA LA RETORICA massimalista di entrambe le parti, contraddizioni, conferme e smentite, è difficile capire se ci siano davvero progressi diplomatici dietro le quinte. L’impatto economico di questa nuova crisi di Hormuz sta già scuotendo i mercati, nonostante i prezzi del petrolio siano recentemente oscillati sotto i 91 dollari al barile. Le economie del Golfo stanno subendo il contraccolpo del conflitto, portando paesi come la Turchia a cercare di attirare investitori preoccupati dall’instabilità regionale. Altri attori, come il Pakistan, stanno intensificando gli sforzi diplomatici per spingere verso una ripresa del dialogo.
È chiaro che gli Stati Uniti stanno cercando una via per uscirne. Anche perché Trump è diventato profondamente impopolare, i prezzi della benzina sono schizzati alle stelle, il costo dei beni è aumentato vertiginosamente. Ma sembra che la strategia di “prendere o lasciare” non sia funzionante con gli iraniani.

