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L’Iran colpisce gli alleati Usa nel Golfo e minaccia l’inferno

L’Iran colpisce gli alleati Usa nel Golfo e minaccia l’inferno

Politica estera

04/03/2026

da il manifesto

Sabato Angieri

Prova di forse Le reazioni del Direttorio

Se la guerra di Stati uniti e Israele contro l’Iran continuerà «saranno colpiti tutti i centri economici» del Medio Oriente. È il monito del generale delle Guardie della rivoluzione Ebrahim Jabbari mentre i missili iraniani colpiscono Emirati Arabi, Qatar, Iraq, Bahrein, Arabia Saudita, Israele forse l’Oman. Sulla mappa di questa parte di mondo restano davvero pochi spazi che ad oggi non siano interessati dall’ennesimo conflitto regionale. Così come ve ne sono pochi che non ospitano basi statunitensi o hanno legami economici e politici con Washington e di rimando con Israele.

Tra i territori risparmiati dalle esplosioni c’è la Turchia, secondo esercito della Nato per effettivi e pericoloso confinante degli ayatollah, che ha già fatto sapere di non voler intervenire ma di essere «pronto a difendersi». In ogni caso le conseguenze economiche della crisi hanno già assunto ampiezza globale dopo il blocco dello Stretto di Hormuz, il tratto di mare che divide il Golfo persico dal Golfo dell’Oman e attraverso il quale transita circa il 20% del petrolio globale.

«ABBIAMO CHIUSO lo Stretto di Hormuz. Attualmente, il prezzo del petrolio è superiore a 80 dollari e presto raggiungerà i 200 dollari» insiste lo stesso generale iraniano. Insomma, almeno a parole, l’Iran non pensa affatto ad arrendersi e rilancia «non abbiamo ancora usato le nostre armi più avanzate e abbiamo la capacità di resistere più a lungo di quanto si creda».

Nonostante le minacce di Donald Trump – «le nostre scorte di munizioni non sono mai state così elevate, le guerre possono essere combattute ‘per sempre’, e con grande successo» – e del suo sodale Benjamin Netanyahu. I proclami di Washington sull’esaurimento delle scorte di munizioni, la distruzione «delle postazioni di lancio, della marina e dell’aviazione» di Teheran sembrano esagerati al momento ma hanno un fondo di verità: nella guerra dei 12 giorni del giugno scorso e a causa della grave crisi economica degli ultimi anni l’Iran non ha potuto rifornire a pieno i suoi arsenali come vogliono far credere i pasdaran. Per questo si è orientato su armamenti più piccoli ed economici, come i famosi droni Shahed, venduti in grandi quantità alla Russia. Del resto le guerre si combattono anche sui media e questa non fa eccezione. Come le minacce diffuse sulle frequenze della televisione di stato dal portavoce delle Guardie della rivoluzione, Ali Mohammad Naini: «le porte dell’inferno si apriranno sempre di più sugli Stati Uniti e Israele». Ma finora chi ha subito i danni peggiori sono i vicini di Teheran.

A RIAD, la capitale dell’Arabia Saudita, è stata colpita almeno due volte l’ambasciata Usa. Il tetto dell’edificio è parzialmente crollato è il personale è rimasto nascosto per diverse ore prima di essere evacuato. Anche Dharhan, sulla costa è stata interessata dai raid. Le autorità locali parlano di «attacco codardo e ingiustificato», aggravato dal fatto che fino a poche ore prima si era ribadito il divieto «all’uso dello spazio aereo e terrestre per colpire l’Iran». Dunque il regno si riserva il diritto di rispondere.

Anche il ponte che collega la terraferma con l’isola del Bahrein è stato colpito, secondo quanto riportato dall’agenzia Mehr, forse per evitare che gli Usa lo utilizzassero per evacuare il proprio personale militare. Nel piccolo emirato le sirene antiaeree hanno suonato diverse volte e in mattinata si sono sentite esplosioni nella capitale Manama e nelle aree costiere.

Le Guardie della rivoluzione hanno annunciato di aver distrutto con tre missili e 20 droni la sede del comando militare e le caserme della base a stelle e strisce Nsa Bahrein. Secondo il media israeliano Channel 12 il Qatar invece avrebbe lanciato attacchi di rappresaglia. Doha ha smentito, dichiarando di aver «colpito jet entrati nelle nostre acque territoriali» e di aver intercettato «oltre 100 droni e almeno 3 missili balistici».

Le forze armate degli ayatollah affermano di aver colpito la base Usa di Al Udeid in Qatar e le navi di Washington in rada. Negli Emirati arabi uniti, Dubai è stata bersagliata di nuovo, portando il bilancio totale, secondo il ministero della Difesa emiratino, a «186 missili e 812 droni dall’inizio del conflitto». I pasdaran rivendicano di aver distrutto un prezioso sistema di contraerea Usa Thaad durante un raid che sarebbe costato la morte anche a 40 soldati, cifra non confermata dai vertici del Pentagono che per ora parlano di «18 feriti gravi» complessivi. Nel kurdistan iracheno invece i missili iraniani hanno colpito la base di Erbil.

IL RISCHIO è evidente: se tutti questi Paesi dovessero schierarsi compatti contro Teheran, i pasdaran si troverebbero a dover fronteggiare non solo la devastante potenza di fuoco dell’asse Usa-Israele, ma un potenziale attacco da tutti i fronti su un confine enorme e difficilmente difendibile. Questa sì che potrebbe essere la mossa finale che Trump invoca da giorni e, forse, il direttorio iraniano teme di più.

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