17/06/2026
da il Manifesto
Partita persia Teheran ha tenuto testa, sia pure con pesanti perdite umane e materiali, a due superpotenze nucleari e tecnologiche alleate
Nello Stretto di Hormuz un Paese senza marina militare dal 28 febbraio ha bloccato gli Usa e i traffici mondiali determinando per americani e israeliani una delle più colossali sconfitte della storia recente. Teheran ha tenuto testa, sia pure con pesanti perdite umane e materiali, a due superpotenze nucleari e tecnologiche alleate. Il potere degli Stati uniti in Medio Oriente non si è rafforzato ma indebolito, questo è stato il risultato che i più non avevano previsto pensando che l’Iran, un Paese in guerra da 45 anni, fosse una tigre di carta.
Ma al G-7 di Evian, sulle rive del lago dove un incendio devastante ispirò Smoke on the water dei Deep Purple, l’atmosfera è sembrata, almeno in apparenza, rarefatta. Persino ilare a sentire la premier Meloni: «con Trump abbiamo riso e scherzato come se nulla fosse» – già, le vittime civili iraniane non contano nulla; comunque, dichiarazioni che fanno i maturandi la notte prima degli esami, forse evocati da Macron che all’arrivo di Meloni ha fatto suonare per lei Felicità di Al Bano. Alla prossima bilaterale Francia-Italia di Antibes il 25 giugno, si raccomandano pizza e mandolino.
Tra le tante chiacchiere volte a coprire la sconfitta americana (e israeliana) ci sono tre punti fondamentali che anche a Evian non hanno potuto ignorare: 1) Hormuz riapre con il ritiro degli americani non prima, vedremo se sarà venerdì quando firmano 2) Israele non si ritira dal Libano e può far saltare l’accordo quando vuole 3) I “falchi” iraniani non sono una fazione di Teheran, come scrivono i giornali, ma quelli che hanno fatto la guerra e comandano.
Sul terzo punto Trump ha tenuto a dire che il regime è cambiato, per aggiungere poi il contrario e arrampicarsi sugli specchi come al solito. In realtà l’Iran, dopo la guerra dei dodici giorni del giugno 2025, ha saputo rispondere alla sfida israeliana e americana. Lo spiega bene lo studioso irano-americano Vali Asr su Foreign Affairs. Le forze armate iraniane, scrive, si sono riorganizzate in una rete di comandi operativi che somiglia più a una forza di guerriglia che a un esercito convenzionale, con l’autorità concentrata tra gruppi di persone affini piuttosto che distribuita tra varie fazioni.
Larijani, Mousavi, Pakpour e Shamkhani – oltre alla Guida Suprema Alì Khamenei – sono stati tutti uccisi nei primi attacchi israeliani ma la catena di comando non ne uscita intaccata. È comprensibile che per i leader del G-7 sia dura riflettere in queste ore sulla clamorosa sconfitta della leadership americana – che è anche la loro – davanti alle placide acque del Lemano. Ma sul campo di battaglia, le forze armate iraniane hanno applicato con precisione gli insegnamenti della guerra del giugno 2025. Hanno risposto all’attacco israelo-americano con salve sistematiche di missili e droni, progettate per esaurire le scorte di intercettori statunitensi e israeliani in tutta la regione del Golfo.
Immaginavano che i loro avversari si aspettassero di distruggere rapidamente la loro capacità missilistica e quindi non fossero preparati a una campagna prolungata. Le cose sono andate in maniera molto diversa: mentre nel 2025 gli iraniani erano stati obbligati a usare i missili da basi orientali note e distanti, in seguito hanno disperso i lanciatori su un vasto territorio continuando a sparare più a lungo di quanto Israele e gli Usa avessero previsto. Le Guardie Rivoluzionarie, i Pasdaran, hanno anche impiegato droni a basso costo per colpire i sistemi radar e le postazioni americane nel Golfo e in Israele, ostacolando la campagna di bombardamenti e aprendo rotte missilistiche verso obiettivi in tutta la regione. Questo sicuramente lo hanno spiegato a Evian, magari con una certa enfasi, gli sceicchi presenti dell’Oman e soprattutto degli Emirati Arabi Uniti.
Così la famigerata Rii, la repubblica islamica iraniana, non solo è sopravvissuta alla decapitazione ma ha consolidato il controllo sullo Stretto di Hormuz e resistito al blocco navale Usa. Ha inflitto danni alle basi americane nel Golfo e le milizie irachene filo-sciite hanno costretto gli Stati uniti ad abbandonare la base militare Camp Victory a Baghdad (racchiusa in uno degli stravaganti palazzi di Saddam Hussein) che occupavano dal 2003. A tutto questo si aggiunge il colpo inferto alle infrastrutture delle monarchie del Golfo, che gli Usa non sono stati in grado di proteggere. Altro che Patto di Abramo: Usa e Israele hanno un po’ di cose da spiegare agli arabi.
La svolta iraniana non è stata solo militare strategica ma anche politica e ideologica. In primo luogo sono andati in prima fila i rappresentanti di una generazione lontana dalla tradizione rivoluzionaria: i vecchi sono rimasti con un compito di supervisione e al comando sono saliti leader più giovani, Pasdaran, militari e tecnocrati, che hanno impresso una virata decisamente nazionalista, senza abbandonare gli alleati regionali, da Hezbollah agli Houthi. Hanno appena annunciato un pacchetto di riforme perché hanno compreso che la crisi economica rappresenta la minaccia reale alla loro stabilità politica e che il malcontento economico è il vero moltiplicatore dell’opposizione. Saranno più “moderati”, più “tolleranti”? Probabilmente meno dogmatici, sul resto c’è da dubitarne.
L’Iran sa comunque che una vera pace con gli Usa non arriverà mai a queste fragili condizioni. Intanto però gli iraniani guardano il G-7 dall’altra sponda del Lemano, dalle vetrate lucide degli uffici che a Ginevra custodiscono il tesoro della Fondazione dei Martiri e della Guida Suprema. Da quella parte del lago c’è ancora Smoke on the water.

