22/09/2026
da Il Fatto Quotidiano
Giorgetti: "Prendiamo atto, non senza rammarico, dei dati definitivi". Salvini: "Surreale che nel 2026 la seconda potenza industriale d’Europa debba dipendere da meccanismi e logiche dello zero virgola per sapere se può o non può investire nel suo futuro". Opposizioni all'attacco: "Si facciano da parte"
Niente limatura sotto il 3%. L’Istat conferma il dato sul deficit italiano del 2025: l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche si è attestato al 3,079% del Pil, addirittura un po’ sopra il dato comunicato ad aprile, contro il 3,4% del 2024. Arrotondato, fa 3,1%. Tradotto: è sfumata la speranza del governo Meloni di centrare la soglia del 3% e avvicinarsi all’uscita dalla procedura per deficit eccessivo avviata dall’Ue nel 2024. La partita non è formalmente chiusa fino alla prossima notifica europea: il 21 ottobre sarà Eurostat a pubblicare la propria notifica sui dati di deficit e debito degli Stati membri. Ma, salvo ulteriori revisioni, l’Italia resta nel braccio correttivo. “Prendiamo atto, non senza rammarico, dei dati definitivi”, commenta a caldo il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. “Purtroppo l’Italia non uscirà anticipatamente già quest’anno dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, come avevamo sperato, ma, coerentemente con i dati già espressi nel Dfp, questo potrà accadere nel 2027”. Per il vicepremier Matteo Salvini “per lo 0,1 l’Italia non esce dalla cosiddetta procedura d’infrazione ed è surreale che nel 2026 la seconda potenza industriale d’Europa debba dipendere da meccanismi e logiche dello zero virgola per sapere se può o non può investire nel suo futuro. Non sarà questo a condizionare la nostra voglia di investire e innovare”. E anzi “dobbiamo affrontare una legge di Bilancio che punta sugli investimenti, sullo sviluppo, sul futuro, sulla riforma delle pensioni, sull’aumento degli stipendi, quindi a me dello zero virgola in più o in meno interessa zero”.
Il legame con la clausola di salvaguardia per difesa ed energia
Il risultato pesa sulla partita della flessibilità per difesa ed energia. Scendere sotto il 3% avrebbe messo Roma sulla strada dell’uscita dalla procedura e, una volta nel braccio preventivo del Patto, sarebbe stato agevole utilizzare la clausola nazionale di salvaguardia per aumentare la spesa per la difesa e sicurezza (fino a 14,4 miliardi per la sicurezza energetica e 21,7 miliardi per la difesa nel triennio 2026-2028) senza farla pesare integralmente sulla traiettoria dei conti. La clausola consente infatti agli Stati Ue di deviare temporaneamente dal percorso di bilancio concordato per far fronte a circostanze eccezionali. Ora il governo può comunque chiedere di utilizzare la clausola, ma se lo facesse la maggiore spesa continuerebbe a essere rilevante ai fini del percorso di rientro dal deficit. Tradotto: si resterebbe “sorvegliati speciali” più a lungo anziché uscire dalla procedura almeno nel 2027 come previsto dal Documento di finanza pubblica. Lo scorso autunno Giorgetti aveva legato l’aumento della spesa militare alla prospettiva di uscire dalla procedura già nel 2025, spiegando che l’Italia non aveva ancora attivato la clausola proprio perché puntava a liberarsi prima del vincolo europeo. L’obiettivo indicato nei documenti di finanza pubblica è aumentare la spesa per difesa e sicurezza di una cifra pari fino a 0,5 punti di Pil nel 2028, anche attraverso il programma europeo Safe. Il governo aveva quantificato in circa 12 miliardi di euro l’incremento della spesa militare entro il 2028.
I nuovi numeri Istat
La revisione dei conti nazionali non ha aiutato il governo neppure sul valore assoluto dell’indebitamento. Anzi, per il 2025 l’Istat ha rivisto il deficit al rialzo di 355 milioni di euro: le entrate sono state corrette verso l’alto per 1,991 miliardi, ma le uscite sono aumentate di 2,346 miliardi. A pesare soprattutto è stata la revisione delle uscite in conto capitale, salite di 2,488 miliardi, principalmente per gli investimenti. Sul fronte delle entrate, invece, la revisione al rialzo è stata in parte compensata dal calo di 794 milioni delle imposte, in particolare quelle indirette sull’energia.
Il dato sul deficit resta al 3,1% anche perché nel frattempo l’Istat ha rivisto al rialzo la crescita del Pil: nel 2025 il prodotto interno lordo in volume è aumentato dello 0,6%, 0,1 punti in più rispetto alla stima di marzo. Ancora più consistente la revisione sul 2024, quando la crescita passa dall’originario 0,8% all’1,1%.
Arriva invece un altro dato poco favorevole sul fronte fiscale: la pressione fiscale è salita al 42,9% del Pil, 0,7 punti in più rispetto al 2024. La spesa per interessi è aumentata del 2%, comunque in rallentamento rispetto all’anno precedente.
Opposizioni all’attacco: “Si facciano da parte”
“Non gioiamo dei dati forniti dall’Istat. Non si gioisce mai quando il proprio Paese è in difficoltà, perché dietro ogni numero ci sono famiglie, lavoratori e imprese che quelle difficoltà le vivono ogni giorno sulla propria pelle”. Così il presidente dei senatori Pd Francesco Boccia, secondo cui però una cosa è ormai evidente: “Il percorso di rientro scelto da Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti non ha funzionato”. Boccia lega il mancato rientro anticipato dalla procedura per deficit eccessivo all’aumento della pressione fiscale, salita nel 2025 al 42,9%, e parla di “fallimento economico del governo delle destre”, citando deficit ancora elevato, salari, bollette e costo dei carburanti.
Sulla stessa linea la capogruppo Pd alla Camera Chiara Braga, che definisce la mancata uscita anticipata dalla procedura “un fallimento storico” e accusa il governo di non aver affrontato le difficoltà strutturali del Paese né invertito i “processi recessivi” che ne frenano la crescita. Per il leader M5s Giuseppe Conte, “i numeri dell’Istat confermano che quattro anni di tagli e austerità, crescita zero, record di pressione fiscale e corsa al riarmo lasciano l’Italia in gabbia e non ci permettono di uscire dalla procedura di infrazione”. Conte chiede di rivedere i programmi di riarmo per recuperare risorse da destinare a investimenti e crescita e indica tra le possibili fonti anche gli extraprofitti dei colossi dell’energia e delle armi e gli utili delle banche. Nel mirino anche il Ponte sullo Stretto: secondo Conte si potrebbero “sbloccare” i 13 miliardi destinati all’opera per finanziare altri interventi. Il leader M5s propone infine un taglio delle tasse per famiglie in difficoltà e ceto medio, incentivi alle imprese per ridurre i costi energetici e un fondo per sostenere gli investimenti. “Voltare pagina si può. Voltare pagina è necessario”. Pasquale Tridico parla di “tasse e debito alle stelle” e definisce la politica economica di Giorgetti “un accanimento terapeutico”. “A pagarne le spese – prosegue – sono i cittadini e le imprese imbrigliati nella camicia di forza dell’austerity che il governo stesso ha cucito dopo aver approvato a Bruxelles la pessima riforma del Patto di Stabilità”. Da Avs Marco Grimaldi sottolinea invece i dati su deficit, debito, produzione industriale, salari e povertà e sostiene che serva “cambiare tutto”, a partire dalle politiche economiche e industriali.

