30/08/2025
da il Manifesto
La grande zavorra. Le rilevazioni di Istat e Confcommercio segnalano un’economia in rallentamento: Pil in lieve calo, consumi fermi, a trainare resta solo il turismo
Il governo Meloni rivendica con orgoglio il calo della disoccupazione. In un post si rallegrava che «i nuovi dati Istat confermano, ancora una volta, la costante crescita dell’occupazione». Eppure, nello stesso periodo, le rilevazioni ancora di Istat e Confcommercio segnalano un’economia in rallentamento: Pil in lieve calo, consumi fermi, a trainare resta solo il turismo.
I numeri occupazionali, quindi, non bastano da soli a descrivere lo stato reale del lavoro e dell’economia italiana.
Basta grattare la superficie per scoprire che la «ripresa» del lavoro italiano è più apparente che reale. Dietro i numeri positivi si nasconde un lato oscuro fatto di lavoro povero, precarietà e profonde disuguaglianze che frenano l’economia e mettono a rischio la tenuta sociale e democratica del Paese. Secondo le stime più recenti disponibili, a giugno 2025 la disoccupazione giovanile si attesta al 20,1% e i dati sulla partecipazione femminile indicano un tasso di 53,1%, significativamente inferiore alla media europea (66,3%). È il segno di un mercato del lavoro che continua a escludere due componenti decisive per il futuro del Paese. E non si tratta solo di occupazione: anche chi lavora spesso lo fa in condizioni di fragilità. L’Istat ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita del Pil 2025, portandole allo 0,6%. In un’economia quasi ferma, la qualità del lavoro diventa la variabile decisiva.
Qui emergono le crepe della «ripresa». Da dati Cnel, nel 2024 i contratti temporanei sono il principale canale di accesso al lavoro ed è cresciuta la diffusione di part-time involontario per i giovani. Le piattaforme digitali aprono nuovi spazi di occupazione ma spesso a condizioni di precarietà: paghe a cottimo, assenza di tutele, isolamento. La retorica dell’innovazione nasconde in realtà la normalizzazione di un modello di lavoro povero e senza diritti. I riders che consegnano cibo sotto la pioggia, spesso vittime di incidenti, anche mortali, le lavoratrici domestiche e della cura reclutate tramite app, gli addetti dei call center pagati a minuti di conversazione sono alcuni esempi di un fenomeno sempre più diffuso.
Un altro fronte riguarda il lavoro di cura non retribuito che Italia grava ancora soprattutto sulle donne. Questo «ammortizzatore invisibile» supplisce alle carenze del welfare pubblico, ma tiene milioni di donne fuori dal lavoro retribuito. In un Paese con una fecondità di appena 1,18 figli per donna, inferiore alla soglia di sostituzione generazionale, trascurare questo nodo significa ignorare una delle cause strutturali della stagnazione economica.
Queste dinamiche producono effetti profondi: divari generazionali e di genere crescono, le nuove generazioni affrontano percorsi professionali incerti e le donne sopportano un doppio carico di lavoro. La precarietà cronica mina la fiducia nelle istituzioni, genera insicurezza sociale e indebolisce la democrazia.
Il confronto con altri Paesi europei è illuminante. Nei Paesi nordici, investimenti in welfare e contrattazione collettiva hanno mantenuto alta la qualità del lavoro anche in periodi di crisi. In Germania, un miglioramento delle condizioni per il personale di cura ha mitigato la carenza di lavoratori qualificati, pur restando ancora una sfida. L’Italia, al contrario, resta intrappolata in un modello che accetta la precarietà come prezzo inevitabile della crescita, ignorando che essa – spesso veicolo di diseguaglianze legate a genere, età, colore della pelle – frena crescita, innovazione e capacità di attrarre talenti.
Precarietà e innovazione tecnologica si intrecciano: il lavoro digitale apre opportunità, ma anche nuove forme di sfruttamento e disuguaglianza. L’Italia rappresenta un caso esemplare di questa tensione: da un lato i numeri della disoccupazione calano, dall’altro cresce il lavoro povero, frammentato, privo di garanzie.
Per questo la «ripresa» del lavoro in Italia appare incompiuta. Non basta contare il numero degli occupati: occorre interrogarsi sulla qualità del lavoro, sulle tutele, sulla dignità che esso garantisce. Senza affrontare la precarietà strutturale, l’occupazione rischia di restare un guscio vuoto, incapace di sostenere davvero la crescita economica e la coesione sociale.
La sfida per la politica, oggi, è riconoscere che il lavoro non è soltanto una variabile economica, ma la base della cittadinanza democratica. Difendere la qualità del lavoro significa difendere la qualità della nostra democrazia.