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Lo stretto della corruzione, tre indagati per il ponte

Lo stretto della corruzione, tre indagati per il ponte

Politica italiana

10/06/2026

da Il Manifesto

Mario Di Vito

Acqua passata L’inchiesta a Roma: la promessa di un incarico a un ex magistrato della Corte dei conti. Indagine sull’ex toga Miele, sul consigliere della società del Ponte Saccomanno e sull’imprenditore calabrese Virgiglio. Nelle intercettazioni citato anche «il mio amico Salvini»

La verità è che nemmeno ce l’ha fatta a portare a termine il suo compito, l’ex presidente aggiunto della Corte dei conti Tommaso Miele, indagato dalla procura di Roma insieme all’ex consigliere d’amministrazione della società Ponte sullo Stretto Spa Giacomo Saccomanno e all’imprenditore Vincenzo Virgiglio per corruzione in relazione ai pareri che la magistratura contabile ha dato lo scorso autunno sulla grande opera per definizione. Erano i tempi della delibera Cipess, quella dell’approvazione definitiva del «Collegamento stabile tra la Sicilia e la Calabria – Ponte sullo Stretto di Messina» e della programmazione di risorse per 13.5 miliardi di euro.

FATTA quella bisognava solo aspettare il controllo preventivo di legittimità da parte della Corte dei conti, che è arrivato in due tranche – prima a fine ottobre e poi a metà novembre dell’anno scorso – ed è stato negativo: visto revocato perché l’istruttoria era carente e contraddittoria. E perché la direttiva Ue sugli appalti non era applicata correttamente. Una decisione che scatenò le ire del governo, dalla premier Giorgia Meloni in giù, passando ovviamente per l’agguerritissimo Matteo Salvini, da sempre sostenitore del ponte.

Ecco, secondo i pm di Roma che hanno cominciato a indagare dopo essere stati allertati dalla stessa Corte dei conti, Saccomanno e Virgiglio avrebbero a lungo lavorato per trovare un qualche magistrato contabile disposto a far sì che tutto andasse per il verso giusto, e cioè che la delibera Cipess ottenesse il via libera. E qui sarebbe spuntato Miele, alla vigilia della pensione (ci è effettivamente andato a febbraio), pronto, si legge nei decreti delle perquisizioni effettuate dal Ros dei carabinieri, a dare «costanti aggiornamenti sulla procedura» e a «rivelare informazioni riservate sugli orientamenti dei colleghi e sullo sviluppo della relativa camera di consiglio in adunanza plenaria».

QUANDO POI la Corte ha dato parere sfavorevole inoltre, il presidente aggiunto si sarebbe pure offerto di redigere «una memoria sulla vicenda da consegnare al commercialista della società». In cambio, secondo gli inquirenti, avrebbe voluto «la presidenza dell’Antitrust o di una società partecipata». Da qui le accuse: corruzione per l’esercizio della funzione, corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione attiva da parte di pubblico ufficiale e rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio.

«I MIEI AMICI del governo, a cominciare da Salvini, si sarebbero aspettati una presa di distanza», dice Miele a Virgiglio in un’intercettazione in cui spiega di non essere andato a una manifestazione per non trovarsi in difficoltà davanti alle domande dei giornalisti sulla decisione della Corte.

Questo perché, notano i pm, il presidente aggiunto non «poteva esprimere la sua vicinanza di pensiero al gruppo politico favorevole al progetto Ponte senza creare crisi istituzionali». E però il suo parere era chiaro: in un’altra conversazione captata dagli investigatori Miele dice che lui non era «assolutamente allineato a questi deficienti dei miei colleghi». La stessa cosa la spiega anche Virgiglio a Saccomanno in un’intercettazione del 31 ottobre 2025: «Tommaso Miele mi diceva ieri hanno avuto una spaccatura interna pazzesca… E lui se n’è andato per non votare…». Infatti, mentre la camera di consiglio stava decidendo di bocciare la delibera Cipess, ancora Miele diceva al telefono: «Eh, però è una situazione critica», e con questo, secondo i pm, avrebbe lasciato «intendere all’interlocutore di avere visionato la documentazione dell’istruttoria relativa al progetto Ponte».

E quando il 17 novembre la Corte rigetta per l’ultima volta, Miele cerca di rassicurare i suoi interlocutori. Per lui, quella decisione è solo una «logica conseguenza del rigetto del 29 ottobre». «Il problema da risolvere – aggiunge – è sempre quello… Cioè non cambia una virgola, però se ci scriviamo, ci parliamo, ci vediamo…».

SECONDO LA PROCURA, Miele si sarebbe rivolto a Viriglio anche per altre faccende, come l’individuazione di architetti di fiducia a cui affidare i lavori nelle abitazioni dei suoi figli. E in cambio il magistrato si aspettava un premio: «Quando andrò in pensione, ora, l’anno nuovo, io dovrei fare il presidente di non so che ancora… Però mi hanno chiesto la disponibilità… Io ho sparato alto… C’ho l’imbarazzo della scelta e ti dico la verità: se gli arriva un bell’endorsement, certo che va bene».

Ex poliziotto, in servizio anche al Viminale, Miele è entrato alla Corte dei conti nel 1986 e la sua firma compare in calce a oltre ottimila provvedimenti. Di incarichi extragiudiziali ne ha avuti parecchi: capo dell’ufficio legislativo del ministero della Sanità nel primo governo Prodi, consigliere giuridico a palazzo Chigi tra il 1998 e il 1999. E poi: presidente del collegio dei revisori delle università del Molise, di Cassino e del Lazio Meridionale, commissario straordinario della Lega italiana calcio professionistico (Lega Pro) della Figc nel 2015, docente di diritto costituzionale, amministrativo e contabile anche alla Luiss.

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