Cinque giorni dopo l’attacco di Usa e Israele all’Iran, domina lo spettro di una guerra lunga e dall’esito incerto, in cui l’arma economica si è rivelata potente quanto quella militare
A cinque giorni dall’inizio dell’attacco militare congiunto israelo-statunitense all’Iran, il conflitto ha già riscritto le regole dell’economia globale, precipitando i mercati nel panico e mettendo in ginocchio le catene di approvvigionamento energetiche. Se l’obiettivo dichiarato di Washington e Tel Aviv era il rapido smantellamento della capacità militare iraniana, la realtà sul campo dipinge un quadro diverso: l’Iran, lungi dall’essere domato nonostante i primi terribili colpi subiti e l’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei, brandendo la sua arma più potente: il controllo sullo Stretto di Hormuz. Così facendo ha innescato una turbolenza economica le cui ripercussioni si fanno sentire in ogni angolo del pianeta.
Mentre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, dichiarava ai giornalisti di aver “distrutto quasi tutto” delle capacità navali e aeree iraniane, la risposta di Teheran è arrivata precisa e letale, non solo sotto forma di droni sulle ambasciate in Arabia Saudita e Kuwait, ma con una mossa strategica che ha colpito il cuore dell’economia mondiale. Le forze iraniane hanno infatti imposto il blocco de facto del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia attraverso cui transita quotidianamente un quinto delle riserve mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto.
L’effetto è stato immediato e devastante. Il Qatar, colosso mondiale del gas, ha sospeso la produzione, e le gasiere sono rimaste alla fonda nel Golfo, impossibilitate a proseguire. Il prezzo del petrolio è balzato del 5% in poche ore, mentre in Europa il prezzo all’ingrosso del gas naturale è schizzato di un terrificante 40%. Il costo per noleggiare una petroliera sulla rotta Medio Oriente-Asia è quasi quadruplicato in una settimana, toccando il record storico di oltre 400.000 dollari al giorno. Un’impennata che si tradurrà inevitabilmente in un aumento vertiginoso dei prezzi al consumo, riaccendendo l’inflazione proprio mentre l’occidente cercava faticosamente di uscirne. Negli Stati Uniti, il prezzo medio della benzina ha già superato i 3,11 dollari al gallone, un campanello d’allarme politico in vista delle elezioni di medio termine.
“Abbiamo detto al nemico che se proverà a danneggiare i nostri centri principali, colpiremo tutti i centri economici della regione”, ha dichiarato Ebrahim Jabari, consigliere delle Guardie Rivoluzionarie, sintetizzando la dottrina di ritorsione asimmetrica che l’Iran sta mettendo in atto con successo.
Nonostante la violenza degli attacchi subiti, le forze armate iraniane continuano a rispondere. Anzi, la capacità di colpire obiettivi statunitensi nel Golfo, soprattutto, di attuare il blocco di Hormuz dimostra una pianificazione strategica di lungo respiro e un controllo del territorio che gli strateghi del Pentagono potrebbero aver sottovalutato.
Le dichiarazioni trionfalistiche di Trump, che parla di obiettivi distrutti e leader nemici eliminati, stride con l’evidenza. La promessa di scortare le petroliere con la Marina americana appare, in questo contesto, come l’ammissione di una vulnerabilità.
Il caos non si limita al petrolio. La chiusura degli spazi aerei del Medio Oriente ha paralizzato i collegamenti tra Asia, Europa e Africa, gettando nel caos il trasporto aereo globale. Finora è stata prevista la cancellazione di 12.300 voli, l’interruzione più massiccia dai tempi del Covid. L’apertura probabile di un nuovo fronte in Libano dove Israele minaccia di allargare ulteriormente il conflitto con Hezbollah non potrà non avere ulteriori ripercussioni sulla stabilità.
Le borse di tutto il mondo hanno reagito con un crollo verticale: Wall Street è in rosso, seguendo le perdite superiori al 3% registrate in Europa e Asia. La fiducia degli investitori è crollata di fronte allo spettro di una guerra lunga e dall’esito incerto, in cui l’arma economica si è rivelata potente quanto quella militare.
Mentre Washington e Tel Aviv esaltano i loro “successi militari”, a Teheran e nel resto del paese si contano i morti. Le immagini delle vittime civili, tra cui almeno 165 ragazze uccise nel bombardamento della loro scuola a Minab, sono destinate a fare il giro del mondo, alimentando una narrazione che potrebbe consolidare il fronte interno. L’Alto commissariato dell’ONU per i diritti umani ha definito l’attacco alla scuola “assolutamente orribile” e ha chiesto un’indagine. Una richiesta che rischia di rimanere inascoltata nel fragore delle bombe e nel silenzio impotente della diplomazia internazionale.
A cinque giorni dall’inizio dell’offensiva, l’aggressione israelo-americana all’Iran ha ottenuto un solo risultato certo: scatenare una crisi energetica globale. La tanto sbandierata capacità di distruggere le infrastrutture nemiche si scontra, almeno per ora, con la resilienza dell’Iran che risponde colpendo il portafoglio del mondo intero.

