08/01/2026
da il manifesto
Le azioni militari e giuridiche che Israele mette in atto nei Territori palestinesi occupati non hanno nulla a che fare con le necessità di sicurezza. Non sono la «lotta al terrorismo» né la difesa dello Stato ebraico i reali obiettivi, nonostante così li presenti Tel Aviv.
LE MISURE dell’occupazione hanno scopi di dominio e di separazione: dividere i territori della Palestina e controllarli attraverso la repressione militare. È il quadro che emerge dal rapporto pubblicato ieri dall’Ufficio dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani: «L’amministrazione discriminatoria israeliana della Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme est». La politica di sostegno economico all’espansione degli insediamenti va a beneficio dei soli coloni israeliani, spiega la relazione, che vivono Nei Territori palestinesi occupati in violazione della Quarta convenzione di Ginevra, «a scapito dei diritti e delle libertà della popolazione palestinese».
L’annessione di nuovi e più ampi territori in Cisgiordania e a Gerusalemme est rappresenta una «violazione del divieto di acquisizione di territori con la forza e del diritto dei palestinesi all’autodeterminazione». La frammentazione territoriale è imposta attraverso checkpoint, cancelli, strade riservate ai coloni e l’appropriazione delle risorse naturali. Un sistema di restrizioni che soffoca l’economia palestinese, impedisce l’accesso alle cure, all’istruzione e ai luoghi di culto, e trasforma la quotidianità in un percorso a ostacoli.
IL DOCUMENTO ricostruisce anche come, da decenni, ai palestinesi venga applicato un regime giuridico e militare distinto da quello dei coloni israeliani, con effetti concreti sulla vita, sulla libertà di movimento e sull’accesso alla terra, all’acqua e ai servizi essenziali. Due sistemi legali paralleli, una sola autorità di controllo. Da una parte tribunali militari, detenzioni arbitrarie, uso sistematico della forza, maltrattamenti e torture; dall’altra il diritto civile israeliano e la piena tutela dello Stato. Le detenzioni amministrative, ossia gli arresti senza capi di accusa, sono usate in modo massiccio contro i palestinesi, inclusi i minori, mentre vengono abbandonate nei confronti dei coloni, occupanti illegali. Il rapporto conclude che vi sono fondati motivi per ritenere che la separazione, la segregazione e la subordinazione non siano misure temporanee, ma assetti strutturali destinati a durare, concepiti per perpetuare l’oppressione e il dominio sulla popolazione palestinese.
CENTINAIA di risoluzioni, pareri, relazioni e commissioni sono giunti negli anni alle stesse conclusioni. Lo fece nel 1980 una Commissione speciale Onu, invitando Israele a rilasciare tutti i prigionieri politici e a porre rimedio alle violazioni dei diritti umani. Dopo 46 anni e l’affinamento dei processi e delle tattiche di apartheid, l’Alto Commissariato chiede ancora a Tel Aviv di dismettere gli insediamenti, porre fine alla detenzione arbitraria dei palestinesi e revocare le politiche di segregazione razziale.
Ma non bastano più le condanne. Lo ha dichiarato ieri anche il rappresentante della Commissione per la resistenza al muro e alla colonizzazione, Mu’ayyad Shaaban, denunciando il sequestro da parte di Tel Aviv di 694 dunum (69,4 ettari) di terre nel governatorato di Qalqilya. Nonostante si tratti di terre palestinesi, Israele le ha dichiarate aree demaniali israeliane. Shaaban ha affermato che definire la terra palestinese demanio di Stato «non è una procedura tecnica o amministrativa, ma uno strumento centrale nel progetto coloniale israeliano».
SMENTENDO le notizie diffuse in precedenza, secondo il canale israeliano Kan il governo avrebbe intanto deciso di non riaprire il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, nonostante le condizioni dei palestinesi siano in continuo peggioramento. Allo stesso tempo, durante una visita nel Naqab, insieme ai ministri Ben Gvir e Katz, il premier Benyamin Netanyahu ha lanciato una vasta operazione di polizia e un piano quinquennale per espandere una nuova costruzione di insediamenti proprio lungo il confine con l’Egitto.

