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L’Onu mette l’Italia alla sbarra in 47 paragrafi: carceri, tortura e respingimenti nel rapporto del Comitato Cat

L’Onu mette l’Italia alla sbarra in 47 paragrafi: carceri, tortura e respingimenti nel rapporto del Comitato Cat

Politica italiana

07/05/2026

da La Notizia

Giulio Cavalli

Carceri al 138%, respingimenti in Libia e decreto sicurezza: il Comitato Onu contro la tortura ha scritto 47 paragrafi sull'Italia

Il documento arriva il primo maggio. Dentro ci sono le osservazioni conclusive del Comitato Onu contro la tortura (Cat) sull’Italia, settima revisione periodica, 47 paragrafi. L’ultima volta era il 2017. In mezzo ci sono stati tre governi e la stabilizzazione di ciò che un tempo si chiamava postfascismo.

A metà aprile una ventina di funzionari di Palazzo Chigi era a Ginevra, davanti alla 84esima sessione del Cat. Antigone Medici Senza Frontiere portavano le osservazioni della società civile. La presenza governativa, insolitamente folta, segnalava che le domande sarebbero state pesanti. Non è bastata: quasi tutti i rilievi iniziali sono entrati nel documento finale. Si percepiva, ha scritto Antigone, «l’amarezza di fronte a un’antica e solida democrazia europea oggi incurante dell’idea universalista dei diritti umani».

Il punto d’ingresso è tecnico: il reato di tortura esiste nell’ordinamento italiano dal 2017. L’art. 613-bis del Codice Penale rimane inadeguato: omette intenzionalità e scopo, e configura la tortura come reato commettibile da chiunque, non da un pubblico ufficiale come richiede la Convenzione. Il Cat registra quindi la preoccupazione per i tentativi parlamentari di abolire il reato. A Ginevra la delegazione aveva rassicurato: i disegni di legge erano fermi dal 2023. Rassicurazione accantonata.

Il carcere come misura della civiltà

Al 7 aprile 2026 nelle carceri italiane erano detenute 63.940 persone a fronte di 46.331 posti disponibili: sovraffollamento al 138%, con punte del 246% a Lucca e del 231% a Milano San Vittore. Il piano di edilizia penitenziaria varato nel 2025 ha prodotto 460 posti in meno. Il Cat segnala un numero “persistentemente alto di morti durante la detenzione” e indagini sui suicidi condotte con “ritardo significativo”. Le carceri minorili sono sovraffollate per la prima volta. Due processi per tortura a carico di minorenni sono aperti, uno a Milano e uno a Roma.

Il reato di rivolta penitenziaria, introdotto dalla legge 80/2025, è configurabile anche in caso di resistenza passiva a un ordine. Il Cat ne ha chiesto la depenalizzazione: serve a togliere la parola ai detenuti, a impedire denunce. Sulla stessa legge le riserve sono più ampie: 14 nuovi reati, poteri di polizia rafforzati, criminalizzazione della resistenza civile nonviolenta. Lo stesso impianto del cosiddetto “decreto flussi” (legge 15/2023), che ha criminalizzato le Ong nei salvataggi in mare. Il Cat li legge in sequenza.

Il confine come tortura esternalizzata

Il governo era andato a Ginevra con un documento redatto insieme alla Danimarca: le garanzie dell’art. 3 della Convenzione europea, quello che vieta tortura e trattamenti inumani, non dovrebbero valere allo stesso modo per i migranti. Il Cat ha chiesto, con stupore dichiarato, se questo significasse rispedire persone verso paesi dove rischiano torture.

Il memorandum con la Libia del 2017, più volte rinnovato, finanzia la cosiddetta “guardia costiera libica” per intercettare i migranti. Che in Libia tortura e pestaggi siano prassi è stato sancito dall’esito di alcuni processi. L’elenco dei “paesi sicuri” include TunisiaEgitto e Bangladesh. I Cpr in Albania finiscono nel documento come luoghi dove il diritto d’asilo viene esternalizzato. All’interno del territorio italiano le strutture di trattenimento registrano molteplici accuse di violenza eccessiva.

47 paragrafi non hanno forza vincolante. Il governo può leggerli e continuare. Il Garante nazionale dei detenuti è stato bacchettato dallo stesso Cat per la tendenza alle presenze cerimoniali senza incidenza: una garanzia diventata ufficio stampa. Il diritto internazionale, aveva detto il ministro Tajani, vale “fino a un certo punto”. Il Comitato non ha la forza di un tribunale. Sa però come si chiama quello che ha trovato, e lo ha scritto in 47 paragrafi che l’Italia avrebbe preferito non ricevere.

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