12/05/2026
da Il Manifesto
Ipocrisia europea Mentre cresce la pressione popolare per la tragedia a Gaza e l’espansione del progetto coloniale in Cisgiordania, l’Ue sceglie la strada della sanzione individuale e simbolica
Il Consiglio affari esteri non è stato solo l’ennesimo esercizio di equilibrismo diplomatico, ma il riflesso di un’Europa profondamente spaccata, che riesce a trovare l’unanimità solo sul «perimetro minimo» della condanna morale, lasciando intatti i nodi strutturali del conflitto.
Il via libera alle sanzioni contro i coloni è stato reso possibile solo dal terremoto politico in Ungheria. Per quasi due anni, il governo di Viktor Orbán aveva bloccato ogni misura contro le colonie illegali. Con il giuramento del nuovo primo ministro Péter Magyar, la delegazione ungherese ha rimosso il veto, permettendo all’Alta rappresentante Kaja Kallas di annunciare il passaggio dallo stallo ai fatti. Tuttavia, Magyar ha già chiarito che Budapest resterà pragmatica e non appoggerà misure più drastiche, segnando una continuità parziale con il passato.
Il vero fallimento politico riguarda la proposta di Spagna, Irlanda e Slovenia di sospendere l’Accordo di associazione Unione europea-Israele. Questo trattato è il cuore dei privilegi commerciali di Tel Aviv in Europa: sospenderlo significherebbe isolare economicamente Israele.
L’idea era di imporre dazi elevati sui beni prodotti in Cisgiordania per «differenziarli» da quelli israeliani. Chiedere che i prodotti provenienti dai territori occupati abbiano certificati di esportazione rilasciati dall’Autorità palestinese. Sebbene queste misure richiedano solo una maggioranza qualificata (e non l’unanimità), la mancanza di appoggio da parte dei principali partner commerciali europei ha fatto slittare ogni decisione a data da destinarsi.
Per bilanciare politicamente le sanzioni ai coloni, il Consiglio ha approvato contestualmente nuove misure contro i vertici di Hamas. Questa «equivalenza» è stata però respinta dal ministro degli esteri israeliano Gideon Sa’ar, che ha accusato l’Ue di creare una «distorta equivalenza morale» tra cittadini israeliani e terroristi. Il risultato è che l’Europa si ritrova attaccata da Israele per aver fatto troppo poco, e criticata dalle organizzazioni internazionali (Amnesty in primis) per non aver fatto nulla di concreto.
Mentre la pressione popolare cresce per la tragedia a Gaza e l’espansione del progetto coloniale E1 in Cisgiordania, l’Unione europea sceglie la strada della sanzione individuale e simbolica. La diplomazia lascia così intatti i nodi strutturali che alimentano il conflitto in Medio oriente.
Organizzazioni come Amnesty International accusano Bruxelles di ipocrisia: le sanzioni ai singoli coloni sono «cerotti su una ferita aperta», mentre il sostegno strutturale allo Stato che permette l’espansione dei coloni rimane intatto.
Si punisce la «mela marcia» (il colono violento) per salvare l’intero albero (il rapporto commerciale e politico con lo Stato di Israele). Il Consiglio dell’11 maggio conferma così l’incapacità cronica dell’Ue di agire come attore geopolitico autonomo, preferendo il conforto di una nota stampa unanime all’onere di una scelta coraggiosa.

