22/02/2026
da Diritti in salute
Negli ultimi anni varie Sentenze della Corte di Cassazione – come l’ordinanza n. 26943 del 17 ottobre 2024 – hanno ricordato che “l’attività prestata in favore di soggetto gravemente affetto da morbo di Alzheimer ricoverato in istituto di cura è qualificabile come attività sanitaria, quindi di competenza del Servizio Sanitario Nazionale, ai sensi dell’art. 30 della legge n. 730 del 1983, non essendo possibile determinare le quote di natura sanitaria e detrarle da quelle di natura assistenziale, stante la loro stretta correlazione, con netta prevalenza delle prime sulle seconde […] ”.
Ne consegue che, per questi cittadini, l’intera retta per un ricovero in RSA deve essere pagata dal Servizio Sanitario.
In generale, la retta per il ricovero in RSA è per il 50% a carico del SSN, e il restante 50% a carico delle famiglie con un’integrazione del comune di residenza per chi ha un basso ISEE. Non tutte le regioni rispettano l’indicazione nazionale: in Lombardia per esempio la regione paga in media il 43% della retta, lasciando sulle spalle delle famiglie il restante 57%. Dopo l’ordinanza della Cassazione alcune famiglie di ricoverati con Alzheimer hanno interrotto il pagamento della retta alla RSA, altre hanno chiesto il rimborso di quanto pagato e poche, una decina, si sono rivolte ai tribunali.
A questo punto i dieci principali gestori e/o proprietari delle RSA in Italia, strutture private e no profit insieme, hanno scritto una lettera alla Presidente del Consiglio e al Ministro della Sanità non per chiedere loro che il SSN paghi l’intera retta dei malati con grave Alzheimer, ma per chiedere un intervento legislativo volto a stabilire che “le prestazioni di assistenza rese a persone anziane con diagnosi di demenza o altra patologia cronica rientrano a pieno titolo nei trattamenti di lungoassistenza, recupero e mantenimento funzionale”. In questo modo, separando gli inteventi di natura sanitaria da quelli di natura assistenziale, le famiglie dei ricoverati in Rsa dovrebbero continuare a pagare la quota della retta relativa agli interventi assistenziali. Un’indicazione che risulterebbe in contrasto con quanto indicato dalla Corte sull’inscindibilità tra assistenza e cure sanitarie, considerata in concreto alla luce della patologia e del suo stadio evolutivo.
Anzi si sono addirittura premurati di indicare alla presidente Meloni la frase esatta per “procedere ad un intervento legislativo unico, puntuale e risolutivo della questione, attraverso un preciso articolo di legge”. Per ora non mi risulta che il governo abbia accolto questo suggerimento, e quindi le famiglie possono fare riferimento alle sentenze della Cassazione che, seppure non creino un diritto vincolante, stabiliscono un importante orientamento giurisprudenziale.
Vi consiglio caldamente di ascoltare fino alla fine le interviste ai presidenti di Legacoopsociali e di Uneba (ente no profit) realizzate a 37e2. Così come di leggere l’ampio approfondimento di Aldo Gazzetti, esperto in organizzazione sanitaria.

