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Manovra «incerottata», Giorgetti predica prudenza

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Politica italiana

03/10/2026

da Il Manifesto

Andrea Colombo

Economia Il cdm vara il Documento di finanza pubblica: debito al 138%, il Mef frena sulle misure «elettorali». Conti a rischio con le richieste della Lega. Fi punta su pensioni minime e stipendi under 30

Non è il Dpfp (Documento programmatico di finanza pubblica) che il governo sperava di annunciare per la sua ultima legge di bilancio. Non sarà la manovra “espansiva” che Meloni aveva in programma per l’ultima fase della legislatura. Il ministro dell’Economia, nella conferenza stampa dopo il consiglio dei ministri di ieri, ricorre più volte alla metafora dell’ospedale da campo in cui «arrivano feriti da tutte le parti e non gli si può dare un’aspirina». La polemica con la Ue e con le sue rigidità trapela più volte. È a Bruxelles che allude quando sottolinea la differenza tra chi opera sul campo di battaglia e quelli che stanno «nello Stato maggiore».

IL CDM che ha licenziato il documento non ha registrato tensioni. Lo scostamento di bilancio, nonostante i dubbi di Salvini sull’opportunità di procedere subito, era già stato deciso e quantificato nel vertice dei leader di giovedì sera. Giorgetti lo ufficializza: il governo chiede flessibilità per 28 miliardi in due anni, pari allo 0,3% per la difesa e altrettanto per la crisi energetica per il 2027 e il 2028. Gli 8 miliardi in meno rispetto alle previsioni sono tutti sottratti alla Difesa. Crosetto si adegua: «Comprendo perfettamente le ragioni che hanno portato a questa scelta». La Lega si frega le mani perché la sforbiciata alle spese militari va incontro alle sue richieste. Ma non si accontenta. Le richieste di interventi nella legge di bilancio che sarà varata il prossimo 20 ottobre restano molto più che esose. Un libro dei sogni e Giorgetti lo fa indirettamente capire quando gli chiedono se la manovra sarà «espansiva» o «rigorista» come le precedenti. Non risponde esplicitamente però non nasconde che «la manovra dovrà essere più prudente, adeguata alle situazioni del momento». Quelle che descrive con toni che definire molto preoccupati è ancora poco. La “fotografia” della situazione complessiva non è solo parecchio allarmante. È anche mossa e tutt’altro che nitida. Non permette previsioni e conseguenti strategie già chiare: «Viviamo circostanze totalmente eccezionali. Le previsioni dello scorso aprile sono già oggi discutibili e meritevoli di aggiornamenti. Nell’ultimo incontro del Fmi è cambiata completamente la prospettiva e per questo il Fondo darà l’update ogni due settimane». Si naviga al buio e, se gli si chiede cosa preveda, Giorgetti sbotta: «Non sono mica Trump». Il quadro al momento contempla una revisione del Pil di quest’anno al rialzo, dallo 0,6 all’1% per tornare allo 0,8 l’anno prossimo e poi allo 0,9 nei due anni successivi.

IL DEBITO, anche per colpa della coda del superbonus, è lievitato fino al 138,1% quest’anno e crescerà ancora, toccando il 138,6% l’anno prossimo. Un calo non è atteso prima del 2028, col 137,7%. La mancata uscita dalla procedura d’emergenza, assicura Giorgetti, è meno traumatica oggi di quanto lo sarebbe stata prima del 28 febbraio di quest’anno. Fino a quel momento considerava l’uscita anticipata molto importante. Dopo lo scoppio della guerra contro l’Iran decisamente di meno perché il fattore che ha fatto impazzire ogni previsione è quello: lo shock energetico conseguente alla folle guerra. Ma a rendere l’istantanea così sfocata, e dunque tutto così incerto e difficilmente gestibile non è solo il quadro geopolitico. C’è anche l’incognita Europa e pesa parecchio. Ieri la Ue, dopo la replica a muso duro alla lettera di Giorgia Meloni, ha riaperto qualche spiraglio ma la trattativa resta difficile.

«CHIEDIAMO di tener contro dell’impatto dell’inflazione», ripete il ministro: «Non ho chiesto deroga al Patto di stabilità ma di essere pronti e flessibili. Non rilassati. Non è accettabile la rigidità rispetto a un mondo completamente cambiato». Giorgetti conta sull’uscita dalla procedura l’anno prossimo: «Siamo sopra il 3% ma con le spese depurate dallo scostamento su difesa ed energia scendono al di sotto». Con le premesse illustrate ieri il cammino della manovra non sarà facile. La Lega qualcosa deve portare a casa ma tra flat tax sino a 100mila euro, 8 miliardi per pagare le aziende in credito con i Trasporti, quota 64 per le pensioni, i conti salterebbero per aria. Fi ha deciso ieri in assemblea del gruppo di avanzare richieste più modeste ma molto identitarie: pensioni minime da 800 a 850 euro, detrazioni per le spese veterinarie e sul primo stipendi degli under 30. Con la manovra non c’entra niente ma nel corso della riunione la capogruppo Craxi ha anche posto una domanda precisa: «Preferireste il voto a maggio con le amministrative o in autunno?». Le ha risposto un coro: «Autunno, autunno!».

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