10/06/2026
da Il Manifesto
caso La denuncia della Cgil: «Ricatti nel settore della produzione nautica»
Picchiato dal titolare per aver chiesto lo stipendio. È successo il 1 giugno a un operaio straniero impiegato nell’indotto nautico di Massa (provincia di Massa-Carrara). Il 49enne stava reclamando le mensilità di aprile e maggio, per un totale di 2200 euro.
Ma il proprietario avrebbe offerto un acconto di soli 300 euro, e davanti alle ulteriori proteste del lavoratore, lo avrebbe colpito con calci e pugni. Secondo il racconto della Cgil, che ha segnalato quanto accaduto, solo l’intervento di due operai di un’altra ditta presenti sul posto avrebbe placato l’ira del titolare in attesa dell’intervento della polizia. L’operaio coinvolto ha poi sporto denuncia ed è stato portato al pronto soccorso, dove ha ricevuto una prognosi di sette giorni a causa di contusioni multiple.
Per il segretario generale della Cgil apuana, Nicola Del Vecchio, questo episodio sarebbe solo l’ultimo in una lunga serie di illegalità sul lavoro nelle aziende del comparto nautico della zona, che riguardano soprattutto lo «sfruttamento del lavoro migrante». Si tratta spesso di persone che entrano in Italia con il decreto flussi e che poi si trovano incastrate in un sistema di ricatti, dove la dignità del lavoro viene meno, specie in un settore come quello della produzione degli scafi dove il livello di qualifica richiesto è basso. «Già lo scorso settembre mi sono recato personalmente alla Guardia di finanza per denunciare l’accaduto a due lavoratori che si erano rivolti a noi a seguito della grave situazione di sfruttamento lavorativo che li riguardava», spiega Del Vecchio. «Erano entrati in Italia pagando alte cifre» in cambio di un posto di lavoro in realtà non garantito. Addirittura «sono stati costretti a restituire parte del salario ricevuto al datore di lavoro». Ma le irregolarità sono molte altre: è vietato riferire i casi di infortunio, l’abbigliamento da lavoro va comprato a proprie spese, molti operai lavorano a nero o ricevono contratti di falso apprendistato. Per di più, i lavoratori stranieri, oltre a essere ricattati con la leva del permesso di soggiorno, vivono in «condizioni di degrado, costretti anche in dieci in un appartamento» così come a subire trattenute sul salario per vitto e alloggio.
Il segretario Del Vecchio denuncia in generale un modello di business basato sull’illegalità. «Secondo i controlli effettuati dal Pisll (il servizio dell’Asl dedicato alla tutela della salute e della sicurezza del lavoratori, ndr), tra le 40 aziende controllate, il tasso di irregolarità era del 120%». Più di una per impresa. Si parla di milioni di debiti con gli istituti, ma anche dell’utilizzo di prestanome per eludere obblighi contrattuali e contributivi. «Ci sono ditte che nascono e cessano l’attività con estrema rapidità», proprio come nel caso del datore di lavoro che ha picchiato l’operaio 49enne. «Aveva già un’altra azienda che poi ha messo in liquidazione per aprire questa in continuità – spiega Del Vecchio -. Le ditte nascono in maniera apparentemente regolare, ma hanno subito difficoltà a pagare gli stipendi». Questo tra l’altro comporta «uno scarico sul sistema di costi che dovrebbero essere d’impresa. Stiamo parlando sì di ultimi ingranaggi, ma di una catena che muove fatturati milionari», conclude. Sugli appalti e i subappalti che riempiono il lembo di terra che va da La Spezia a Viareggio si appoggiano infatti grandi gruppi internazionali.
Intanto, si attende il nulla osta dagli enti che devono firmare il protocollo d’intesa, redatto dalla Cgil insieme alla prefettura di Massa Carrara. «Uno strumento importante perché costringerebbe le aziende a un impegno nei confronti del testo e quindi al rispetto di obblighi aggiuntivi rispetto a quelli già previsti dalle normative», afferma Del Vecchio.

