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In Medio Oriente c’è ancora chi si fida di Washington?

In Medio Oriente c’è ancora chi si fida di Washington?

Politica estera 

22/06/2026

da Remocontro

Remocontro

Alla fine l’elefante partorì il topolino. Un accordo in 14 punti tutti ancora da rendere operativi. Trattato che certifica chiaramente la debolezza della posizione americana. Dove l’Iran non cede praticamente nulla mentre e gli Stati Uniti non raggiungono nessun obiettivo ventilato all’inizio della sciagurata campagna militare.

Passaggio chiave del dopo Iran

  • Washington ha dimostrato di non essere più in grado di garantire sicurezza ai suoi alleati locali, aprendo così la strada a un rimescolamento degli equilibri regionali di cui solo in futuro potremo vedere più chiaramente le conseguenze.

Le peggiori previsioni confermate

Scenario di debolezza americano sottolineato da molti. Due le sole opzioni che avevano gli Stati. ‘Escalation’ del conflitto nonostante gli iperbolici i costi dell’operazione e la difficoltà di mettere in campo le strutture militari necessarie, o ridurre significativamente i propri obiettivi per avvicinarsi alle richieste dell’avversario. Ed è questa la scelta di fatto di Trump. Ma gli alleati militari e i soci d’affari americani in Medio Oriente? E non soltanto Israele. Di fatto e di lungo periodo, la credibilità politica diplomatica americana ondivaga e di fatto deludente. Tanti ‘attori locali’ e antichi alleati indotti a non fidarsi troppo degli Stati Uniti, sollecitati di fatto a cercare nuove partnership di sicurezza. 

Usa sotto i colpi della presidenza Trump

E il problema per gli Stati nella regione non è tanto il come la guerra si è conclusa (per ora?), quanto piuttosto la posizione politica americana, evanescente e incoerente. Durante la Guerra Fredda la regione, pur con alterne vicende interne, era sostanzialmente divisa tra le due Superpotenze sino al crollo dell’Unione Sovietica. Con l’operazione Desert Storm gli Stati Uniti si imposero come unico garante dell’ordine regionale in cui i Paesi del Golfo dipendevano da Washington per la loro sicurezza», sottolinea Inside Over.

L’attualità delle ‘estrosità trumpiane’

Dorante la prima amministrazione Trump e si è avviato un lento, limitato e parziale percorso verso una normalizzazione arabo-israeliana con gli Accordi di Abramo. Le ‘estrosità’ trumpiane che stanno dominando la seconda presidenza, ottengono sempre minore tolleranza. Con fratture interne nei Paesi della regione «che potrebbe delineare i limiti americani nella gestione e aprire i nuovi scenari futuri», avverte Andrea Beccaro.

I due schieramenti che si profilano

«La coalizione abramitica’, guidata da Israele e dagli Emirati Arabi Uniti, che è strettamente allineata con gli Stati Uniti (ma i cui membri non è scontato che condividano gli stessi interessi americani) e talvolta include Grecia (soprattutto in funzione anti-turca) e India su questioni militari, economiche ed energetiche. Le radici di questo blocco risalgono al 2020, quando Israele ha normalizzato le relazioni con Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco con i cosiddetti Accordi di Abramo».
«Dall’altra parte c’è una coalizione islamica, guidata da potenze sunnite come l’Arabia Saudita, la Turchia, il Pakistan e, sempre più spesso, l’Egitto. Queste potenze regionali di medio livello fanno ancora affidamento su Washington per la loro sicurezza, ma si sono avvicinate tra loro in risposta alle minacce percepite non solo dall’Iran, ma anche da Israele, che proiettava la sua influenza oltre i confini di Gaza e della Cisgiordania, in Siria, Libano e nel Corno d’Africa».

Le spaccature interne al mondo islamico

La guerra ha ampliato il divario già esistente tra l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, le due maggiori economie del Golfo, su fronti opposti nei conflitti in Sudan e Yemen. L’attacco israeliano in Qatar nel 2025 il punto di rottura. Per Riad la dimostrazione di Israele imprevedibile e pericoloso quanto l’Iran, e poco dopo ha siglato un trattato di aiuto reciproco con il Pakistan e ha avuto contatti con Turchia ed Egitto. Abu Dabhi, invece, si è maggiormente avvicinata a Tel Aviv che durante il conflitto e vede l’Iran come una minaccia esistenziale da eliminare. 

I crescenti dubbi sunniti

  • Il trattato firmato in questi giorni certifica di fatto una sorta di sconfitta americana, ed assieme apre scenari di instabilità perché Israele continuerà con la sua politica di espansione, guardato con sempre più sospetto dalle potenze sunnite. Situazione che riduce di molto la capacità americana di garantire sicurezza perché Washington si trova a dover agire con alleati locali molto diversi, spesso in contrapposizione fra loro e che non guardano più agli Stati Uniti come un alleato credibile ed efficace.
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