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Meloni gioca in difesa. E sulla guerra non esprime posizioni

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Politica italiana

12/03/2026

da Il Manifesto

Andrea Colombo

La milite ignara Anche davanti all’Aula, la premier continua a «non concordare» e «non condannare» l’attacco di Stati uniti e Israele all’Iran

La presidente Meloni continua a «non concordare» e «non condannare». Chi si aspettava che nel dibattito in Parlamento la premier prendesse una posizione definita è rimasto deluso. Quando alla fine della replica alla Camera esclama assertiva che «la posizione del governo è chiarissima» ci si chiede smarriti: «Oddio, e qual è?». Se c’è un passo in più rispetto alle mezze parole dei giorni scorsi è la condanna netta del bombardamento sulla scuola di Minab. «C’è chi in quest’aula sperava che quella condanna non ci fosse», accusa la premier, ma è difficile credere che qualcuno non si aspettasse la condanna del massacro gratuito di oltre 150 bambine. Certo, Meloni riconosce che l’attacco di Usa e Israele è al di fuori del diritto internazionale ma quello è un fatto e sarebbe impossibile non prenderne atto.

LA PREMIER LO FA MA accompagnando l’ammissione con una dissertazione quanto meno parziale sulla «crisi del diritto internazionale» le cui responsabilità fa ricadere tutte sull’attacco di Putin e su quello di Hamas, ma anche sulle «anomalie» delle Nazioni Unite, nel cui Consiglio di sicurezza siede chi ha invaso l’Ucraina e che ha nominato un rappresentante dell’Iran vicepresidente della commissione che si occupa di lotta alla violenza. La critica rivolta a Trump è sommessa e implicita, le attenuanti sono strillate a pieni polmoni. Di condanna chiara però non se ne parla, anche perché altrimenti l’Italia dovrebbe trarne le conclusioni e mettere l’amico americano e quello israeliano sullo stesso piano del vituperato zar.

MELONI È SULLA DIFENSIVA, anche se cerca di non farlo vedere.

Ripete che l’Italia «non è in guerra e non vuole entrarci», anche se a mezza bocca riconosce che le «le opzioni» al vaglio dei principali Paesi europei per sbloccare lo Stretto di Hormuz sono esposte al rischio di degenerare. Ribadisce che «non c’è un governo complice di decisioni altrui, né tanto meno isolato in Europa, né colpevole di conseguenze economiche che la crisi può avere su cittadini e imprese». Sono i toni di chi mette le mani avanti. Identico significato hanno le aperture nei confronti dell’opposizione: l’invito a partecipare a un tavolo permanente a palazzo Chigi, l’impegno a essere sempre disponibile al confronto parlamentare «anche per le vie brevi».

SE LE COSE SI METTERANNO malissimo, la premier non vuole essere accusata di aver preteso di fare tutto da sola. Senza contare la necessità di dare a Mattarella prova di buona e dialogante volontà. Ma a Chigi nessuno credeva davvero che la proposta potesse essere accolta, anche se qualche verifica discreta con la capogruppo del Pd Braga si è tentata. A rifiuto consumato, la premier mette da parte i toni concilianti e torna al bastone, prendendosela soprattutto con Conte, al quale rinfaccia la posizione timida e priva di condanne esplicite dopo l’attacco americano all’Iraq del 2020, quello in cui fu ucciso il generale iraniano Soleimani.

SULLE MISURE per fronteggiare i prezzi dell’energia la leader della destra è più efficace. Sottolinea la richiesta contraddittoria dell’opposizione di aumentare i prelievi sui sussidi ambientalmente dannosi e di abbassare le accise sulla benzina: delle due l’una. Giustifica il mancato ricorso alle accise mobili con l’esiguità della cifra che si ricaverebbe dall’Iva dopo pochissimi giorni di aumento. Se non prende un impegno preciso ci va vicino.

NEL PACCHETTO geopolitico che esaurisce l’odg manca una voce che in questo momento è per la premier essenziale: il referendum. Per recuperarlo Meloni si lancia in un’acrobazia vertiginosa. Il Consiglio europeo del 19 e 20 marzo parlerà come sempre anche di immigrazione. Di qui alle ordinanze che hanno bloccato i trasferimenti nei soliti centri albanesi il passo è brevissimo e poi, con un bel balzo, si passa al «recente caso dei migranti irregolari condannati per spaccio di droga, resistenza a pubblico ufficiale, violenza sessuale in concorso, violenza sessuale di gruppo, e violenza sessuale su minore, che per i giudici non possono essere trattenuti né rimpatriati perché hanno fatto richiesta di protezione internazionale». Cosa c’entra con le guerre in corso? Niente. Con la peggior demagogia referendaria però sì.

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