16/04/2026
da Il Manifesto
Ci vorrebbe un amico Il presidente ucraino a Roma in cerca di sponde nell’Ue
Le note dell’inno ucraino risuonano fino ai portici di Piazza Colonna, dove i giornalisti sono assiepati per sfuggire alla pioggia battente. Il convoglio che porta Volodymyr Zelensky a Palazzo Chigi blocca la viabilità nella già ingolfata Piazza Venezia e i romani alla guida sono nervosi.

Così come la premier, alla prima uscita di un certo rilievo internazionale, per quanto accanto a un politico che in genere la chiama «la mia amica Giorgia». Solo che i romani lo esprimono rumorosamente e con veemenza, mentre Giorgia Meloni – che pure di una certa romanità ha fatto il suo marchio di fabbrica comunicativo – da quando è stata scaricata da Donald Trump in mondovisione ha scelto la via del silenzio.
INTORNO ALLE 15.45 inizia la riunione, un’ora dopo i due – Giorgia e Volodymyr – escono dalla porta laterale della Sala dei Galeoni dove «la battaglia del ponte dell’Ammiraglio» di Renato Guttuso riempie di rosso l’atmosfera. «Senza difesa aerea – esordisce Zelensky – e senza i fondi promessi dall’Ue non possiamo farcela», l’ha detto martedì a Berlino e l’ha ripetuto ieri a Roma. Ma Paese che vai… Se con il cancelliere Friedrich Merz il leader ucraino ha strappato un accordo da 4 miliardi per la produzione congiunta e le forniture di droni, con la premier italiana l’obiettivo non poteva essere militare. Infatti Meloni inizia il suo discorso parlando dell’assistenza tecnica (i generatori), medica, logistica, laddove negli altri Paesi in genere si parla di armi.

La posizione di Roma sulle forniture di armamenti a Kiev è sempre stata di basso profilo e l’Italia non è ancora neanche entrata nel novero dei Paesi europei che aderiscono al Purl (Prioritized Ukraine Requirements List) il programma che “permette” di acquistare armi Usa da destinare all’Ucraina. Ma come se non fosse crollata la retorica della ritrovata «importanza dell’Italia nel mondo», Meloni usa le stesse parole d’ordine degli incontri scorsi. Ribadisce il sostegno incrollabile al Paese invaso: «Siamo sempre stati al vostro fianco e lo siamo tuttora». E rivendica, ancora una volta, «la proposta italiana» di fornire all’Ucraina garanzie di sicurezza sul modello dell’Articolo 5 della Nato. Zelensky annuisce inespressivo.
DIETRO AI DUE LEADER sempre Guttuso con le camicie rosse, Garibaldi e il tricolore. Chissà se la premier l’ha voluto per questo, anche perché si tratta di una scelta recente, di inizio 2026. «Sto rosso è un po’ anacronistico», dice uno dei giornalisti seduti in platea, in effetti Guttuso fu organico al Pci e «la battaglia» è un’allegoria della lotta partigiana come continuazione del Risorgimento, «ma c’era già prima?», «ma no, l’hanno ridipinto». L’effetto meraviglia funziona.
Prima di Zelensky erano entrati Andriy Sybiga, l’onnipresente ministro degli Esteri ucraino, Rustem Umerov, capo-delegazione nei negoziati con russi e statunitensi e Pavlo Palisa, ufficiale e vice-capo dell’Ufficio presidenziale ucraino. Manca il suo superiore diretto: Kyrylo Budanov, che oltre a essere capo di gabinetto è anche capo dei servizi segreti militari (Gur) e membro della delegazione negoziale, di cui decide l’indirizzo militare. È anche l’unico che in patria e da una posizione di comando, si è permesso di indicare la via per terminare la guerra in una lunga intervista a Bloomberg e poi ha anche avuto il coraggio di dire che lui «può pensarla diversamente dal presidente». Zelensky non è intervenuto nel merito e per ora la polemica si è chiusa. Anche perché al momento le priorità sono altre.
INNANZITUTTO stringere intorno a sé gli amici, tra le preoccupazioni per le prossime mosse di Trump. Poi mostrarsi, far parlare di sé, ricordare al mondo che nonostante l’Iran c’è un’altra guerra in Est Europa che va avanti da oltre 4 anni. In secondo luogo una sponda di peso a Bruxelles per le questioni che più premono all’Ucraina nel presente e nel futuro prossimo: sbloccare il prestito da 90 miliardi di euro sul quale l’Ungheria di Viktor Orbán aveva posto il veto, rendere effettivo il 20° pacchetto di sanzioni alla Russia e metter in sicurezza il più possibile l’ingresso di Kiev nell’Unione, magari ricorrendo a una «procedura accelerata». L’obiettivo non era ambizioso, insomma, bastava ottenere delle dichiarazioni positive e incoraggianti sulle tre questioni.
Ed è andato tutto come da copione. Meloni ha anche menzionato, come gli altri leader, la possibilità di stringere un accordo sui droni con Kiev. Solo che francesi, inglesi e tedeschi l’accordo l’hanno già concluso. Per noi le «figure competenti» si occuperanno di valutare. Abbiamo appena cambiato l’amministratore delegato della più importante azienda della Difesa nazionale, sospeso il Memorandum con Israele e fatto arrabbiare Trump, meglio non sbilanciarsi troppo.
Meno di dieci minuti per discorso, niente domande e via in ritardo verso il Quirinale, dove l’incontro con Mattarella dura giusto il tempo di raggiungere il Colle per assistere al convoglio che riparte verso l’aeroporto. A fine giornata a Palazzo Chigi possono tirare un sospiro di sollievo: non è successo nulla, che di questi tempi per il governo è già un successo.

