23/04/2026
da Il manifesto
Quattro anni di errori Che ci sia anche un pizzzico di sfortuna, quella che la vittimista di palazzo Chigi lamenta ogni volta che sale su un palco, è indiscutibile. Ma la mala sorte, proprio come quella ottima, colpisce soprattutto chi le ha dato una mano
Che ci sia anche un pizzzico di sfortuna, quella che la vittimista di palazzo Chigi lamenta ogni volta che sale su un palco, è indiscutibile. Ma la mala sorte, proprio come quella ottima, colpisce soprattutto chi le ha dato una mano e le ha spianato la strada. Mancare il traguardo del deficit al 3% per due soldi, dopo anni di rigore da fare invidia a Mario Monti, sembra davvero una beffa del destino.
Tanto più che quella cifretta esigua costringe a restare nella gabbia della procedura d’infrazione e porta a fondo il sogno a lungo carezzato di una finanziaria acchiappavoti. Ma se la premier non si fosse intestardita nel buttare soldi nel braccio di mare che separa l’Italia dai suoi centri in Albania oggi avrebbe la sua «manovra espansiva». Chi è causa del suo mal…
La mazzata è pioggia sull’alluvionato. La prospettiva di una crisi che nelle previsioni del commissario europeo all’Economia Jorgensen sommerà quelle del 1973 e del 2022 messe insieme, punendo l’intera Europa e l’Italia un po’ più degli altri, è da scongiuri ed esorcismi. Come segnala il mesto Giorgetti, negli ospedali da campo i ministri in veste di esausti medici militari sono sommersi da ondate di feriti gravi e «non possiamo dargli l’aspirina».
Bisognerebbe ricorrere a rimedi adeguati, come la flessibilità invocata dal ministro. Non è colpa del governo italiano se Bruxelles da quell’orecchio non ci ha mai sentito e si ostina nell’errore con baldanzoso spirito suicida. Però quelle regole capestro il governo italiano le ha accettate e firmate di buon grado in cambio del sorriso di Ursula von der Leyen. Meloni, in fondo, era arrivata al potere promettendo di dire qualche no. Senza pretendere eccessiva coerenza si poteva evitare la prosternazione.
Le disgrazie si sa che non vengono mai sole e la premier dovrà forse fare presto i conti con un altro guaio. Il fattaccio del dl Sicurezza si lascerà dietro ferite non cicatrizzate. Il presidente è stato costretto, in nome di quel che a torto o a ragione considera il male minore, ad accettare una soluzione pasticciata, ai confini del farsesco. Impossibile credere che non ci saranno strascichi.
Sempre che vada tutto bene e non è detto: il dl Sicurezza da domani sarà legge, il decretino ammazza-decretone invece lo sarà definitivamente solo fra due mesi e se al momento della conversione il disperato cavallo pazzo leghista dovesse imbizzarrirsi e mitragliare emendamenti il quadro sarebbe da si salvi chi può. Il rischio è limitato.
Però è un fatto che la maggioranza stenti a partorire quel dl già concordato, fatichi ad avere ragione delle bizze leghiste e la cosa non depone bene. Ma quella trappola la destra se la è costruita tutta da sola e la premier ha anche avuto il coraggio di rivendicare il demenziale strafalcione definendolo «norma di buon senso».
La sconfitta referendaria probabilmente la presidentissima non poteva evitarla, anche se pubblicizzare una riforma di ispirazione garantista promettendo più galera per tutti non è stata la più brillante delle idee. Ma il guaio grosso è che, oltre la riforma affossata dagli elettori, in tre anni e passa il governo che voleva passare alla storia non ha fatto niente se non vivacchiare alla democristiana di bassissimo livello, impegnandosi soprattutto a sfamare gli allupati distribuendo poltrone. Non si può dire che nel frattempo abbia imparato qualcosa: di fronte alle nomine di ieri avrebbero storto il naso persino gli andreottiani di quarta fila.
Per quanto evidenti fossero i limiti di Donald Trump, la nostra premier non poteva certo prevedere che si sarebbe rivelato tanto fuori controllo e forse anche di testa da costringerla a ripararsi tra le braccia del nemico Macron, con la coda tra le gambe e in veste di parente povera. Ma nessuno la costringeva a tentare l’assurda acrobazia «equidistante» camminando su una fune dalla quale non poteva che precipitare.
L’esito è che oggi i soli involontari aiuti la premier li riceve dall’ex amico americano con le sue sberle e dal tiranno russo un tempo preso a modello che la fa insultare in diretta tv. Ironia storica impareggiabile.
La realtà è che nel complesso Giorgia Meloni ha goduto di una fortuna da vincita miliardaria al lotto. Enrico Letta le ha regalato una vittoria schiacciante che con le sue forze non avrebbe mai ottenuto. La guerra in Ucraina le ha aperto i salotti di tutto l’occidente. Nessun leader si era mai trovato miracolosamente tra le mani strumenti così potenti. Li ha usati per scavarsi la fossa e può prendersela solo con se stessa.

