07/07/2026
da Remocontro
La Nato si riunisce per parlare prima di tutto di soldi. Che sono solo una parte del problema, perché il Wall Street Journal denuncia una crisi evidente: le scorte di armi e munizioni sono quasi esaurite e le fabbriche non hanno la forza di produrle in tempi brevi. Si prospetta una “riconversione produttiva”.
Il “fascino” del riarmo
I padroni del mondo stanno modellando i mercati a loro immagine e somiglianza. E attraverso questa operazione, è ovvio, trasformano anche profondamente le società umane che alimentano il business planetario. La decisa “sterzata” delle democrazie industriali occidentali, negli ultimi 10 anni, è stata quella di riscoprire il fascino perverso del riarmo come “motore dello sviluppo”. Basta con le lavatrici. Avanti con i carri armati! Niente di nuovo sotto il sole. È già successo ai primi del ‘900, con la corsa accelerata alla costruzione delle flotte da battaglia tedesche e inglesi. Una “gara” che portò dritto filato alla Prima guerra mondiale. E che venne riproposto poi, negli anni Trenta, con il travolgente riarmo della Germania nazista, che si tirò appresso le altre nazioni europee. Tutti sappiamo come andò a finire. Oggi, però, le “specifiche” che guidano le cosiddette “politiche di sicurezza” sono legate fino a un certo punto a mere questioni di interesse nazionale. Gratta gratta, sotto la superficie di una storia che sta mettendo in crisi tutti i governi europei (che infatti rischiano di essere cacciati) però, c’è una cointeressenza di obiettivi più finanziari e commerciali che geopolitici. “Si vis pacem para bellum” oggi vale per le banche e per grandi speculatori finanziari. Per quelli che fanno “insider trading”, comprando con largo anticipo e a prezzi molto più bassi le azioni di aziende che produrranno “magicamente”, in futuro, armi, munizioni ed equipaggiamenti militari.
Sicurezza? No, dollari
Al vertice Nato della Turchia, i ponderosi endecasillabi sulle nuove tattiche strategiche che riguardano la geopolitica del Terzo millennio si sprecheranno. Tutto fumo. La sostanza, ridotta all’osso, è che Donald Trump non solo non vuole più sborsare un dollaro per gli alleati, ma in teoria vorrebbe pure essere pagato. L’operazione più importante che ha fatto è quella di accollare (praticamente) all’Europa quanto più sostegno possibile per Kiev. Col trucco. Perché il futuro ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, significherà che della ricostruzione del martoriato Paese si dovrà fare carico in maggior misura proprio Bruxelles. Ma il problema grosso delle forniture militari, non riguarda solo il loro “funding”, cioè il reperimento delle risorse di bilancio destinate all’acquisto o alla loro fabbricazione. Il vero ostacolo insormontabile, come viene denunciato in esclusiva anche in un report del Wall Street Journal, è la “saturazione” della capacità produttiva. Detto in parole povere, rispetto alla richiesta (c’è un impazzimento generale) le fabbriche non riescono a stare dietro al ritmo della domanda, Sembra incredibile, ma continuando di questo passo, avremo un’inflazione “da missili e carri armati”, perché per una naturale legge economica i prezzi s’impenneranno.
WSJ: il rincaro delle bombe
Il Wall Street Journal riporta le dichiarazioni del Segretario generale della Nato, Mark Rutte, notoriamente molto accondiscendente con Trump. Rutte sostiene che il Presidente americano sarà sicuramente soddisfatto dagli incrementi di spesa militare, decisi dai Paesi europei. Bisogna tenere conto, scrive il Wall Street Journal, che “il prezzo di un proiettile di artiglieria da 155 mm, una delle munizioni più basilari della Nato, è più che quadruplicato dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, a causa dell’aumento vertiginoso dei budget che ha colpito la limitata offerta, affermano funzionari sia della Nato che dell’industria. Ad Ankara, parallelamente agli incontri tra i leader, la Nato terrà un forum industriale per i dirigenti del settore della produzione di armi e i pianificatori governativi, al fine di discutere le modalità per accelerare ed espandere la produzione. I funzionari della Nato prevedono di annunciare, durante l’evento di martedì, contratti, accordi preliminari e accordi di produzione congiunta per miliardi di dollari”.
Mark Rutte soddisfatto
“Giovedì – ricorda WSJ – in un post su Truth Social, Trump si è lamentato delle spese militari europee e ha affermato che gli Stati Uniti non traggono ‘alcun beneficio’ dall’appartenenza alla Nato. Durante una visita televisiva nello Studio Ovale con Trump, Rutte ha però elogiato l’aumento delle spese per la difesa da parte degli alleati europei e del Canada, che ha soprannominato il ‘Trilione di Trump’. Il suo messaggio: l’Europa ha fatto un passo avanti e ha risposto alle richieste degli Stati Uniti di fare di più, costruendo una Nato 3.0”.
Conclusioni
- C’è la netta sensazione che gli Stati Uniti, in materia di consumo di scorte, abbiano fatto il passo più lungo della gamba. Hanno continuato a fornire missili, proiettili di artiglieria e sistemi d’arma di ogni tipo, con un flusso continuo, prima l’Ucraina e poi a Israele. Inoltre, con l’attacco all’Iran hanno continuato a “bruciare” preziose risorse militari di prima linea, tecnologicamente avanzate, ma soprattutto costosissime e di realizzazione industriale su scala relativamente ridotta. Insomma, si sono inguaiati. E ora se la pigliano con l’Europa

