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Mercati e Corte Suprema bocciano DollarDonald

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Politica estera

21/02/2026

da Remocontro

Valerio Sale

A poco è servita la dichiarazione di Trump sul suo social Truth che “il calo del Pil è stato dovuto allo shutdown”, la chiusura degli uffici pubblici dello scorso ottobre e novembre. I mercati finanziari guardano ai risultati e non alle giustificazioni. Con la sentenza della Corte della Suprema sui dazi è arrivata una seconda martellata, che ora rischia di rallentargli il passo sulla strada per sostenere con il debito un apparato imperiale sempre più costoso.

‘Vantaggio statistico’

  • Se Trump potesse disporre di un ufficio statistico nazionale come fa con il suo social personale, lasciamo immaginare che uso farebbe dei dati economici. I mercati finanziari e i loro operatori tutti insieme sono però un muro invalicabile contro cui, da che mondo e mondo, vanno a sbattere anche i più spregiudicati.

Si chiama ‘vantaggio statistico’ ed è uno degli attrezzi principali dei grandi investitori mondiali. Occorre per capire da che parte arriva il vento e con che forza, in maniera da gestire il rischio. Il Bureau of Economic Analysis ha fornito una nuova lettura dei dati del quarto trimestre in cui il Pil Usa ha registrato una crescita su base annua dell’1,4%, in netto rallentamento dopo il più 4,4% del terzo trimestre. Gli Stati Uniti hanno chiuso il 2025 con una crescita economica del 2,2%, in rallentamento rispetto al più 2,8% registrato nel 2024. Il dato è inferiore alle attese medie, che pronosticavano una crescita su base annua praticamente doppia sugli ultimi tre mesi dell’anno.

Debito elefante

Torna quindi la questione del debito, l’elefante nella stanza che peggio del martello può schiacciare il Trump tutto intero. I compratori del debito Usa necessitano, ora più che mai, di quel vantaggio statistico che permetta di contenere il rischio e offra allo stesso tempo un approccio quantitativo per adottare strategie future. Un esempio per semplificare il concetto ce lo offre il fondo pensione danese AkademikerPension: dal primo gennaio il fondo che investe i risparmi dei pensionati della Danimarca ha annunciato il disinvestimento dei titoli del debito Usa, i Treasuries. Poca cosa, dirà qualcuno, ma il segnale è rappresentativo di una tendenza: i dati statistici indicano che la sostenibilità fiscale americana entra nei criteri di rischio anche per investitori prudenti per definizione. Il porto sicuro non è più rappresentato dal dollaro americano.

La stagione d’oro Usa promessa da Trump?

Nel corso del 2025 lo ha dimostrato l’oro che ha ormai superato euro e Treasuries come seconda riserva globale. La domanda estera di debito USA sta cambiando profondamente e a poco servono le minacce di Trump. A poco, ribadiamo, perché a qualcosa servono. Non è da escludere, infatti, che gli acquisti di titoli di Stato da parte di Europa e Giappone, per esempio, abbiano funzionato come contropartita per alleggerire tensioni commerciali e dazi. Transazioni gestite dalla longa manus della finanza americana sul risparmio europeo rappresentata dai grandi fondi capitanati da Blackrock.

Tutto cresce meno che benessere e lavoro

Per il 2026 un sondaggio di Reuters con un panel di economisti indica un rallentamento determinato da un’economia “a forma di K”, in cui le famiglie ad alto reddito se la passano bene, mentre i consumatori a basso reddito sono in difficoltà a causa dell’elevata inflazione dovuta ai dazi sulle importazioni e alla stagnazione della crescita salariale. Queste condizioni hanno creato quella che gli economisti definiscono una crisi di accessibilità economica (affordability). Lo scorso anno sono stati creati solo 181.000 posti di lavoro, il numero più basso al di fuori della pandemia dalla Grande Recessione del 2009, in calo rispetto agli 1,459 milioni del 2024. La crescita della spesa al consumo ha rallentato rispetto al ritmo sostenuto del 3,5% del terzo trimestre. La spesa è stata trainata in gran parte dalle famiglie con redditi più elevati e ha interessato il risparmio, poiché l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto.

Troppo dollaro fa male all’economia del pianeta

  • In questo contesto, per investitori e risparmiatori la domanda centrale non è se il sistema cambierà, ma con quale velocità e a quale costo per chi resta legato alle certezze del passato. I mercati stanno riducendo gradualmente un’esposizione eccessivamente concentrata su dollaro non tanto perché scommettono contro gli Stati Uniti, ma perché l’analisi dei dati dimostra che il concetto di “investimento sicuro” non è eterno. L’amministrazione ideologica e cleptocratica di Trump non ha creato una crisi improvvisa, ma sta confermando una transizione lenta e, per certi versi, irreversibile.
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