29/10/2026
da Remocontro
Mid Term. Clamorosi successi alle primarie da parte della sinistra Dem. Messi in discussione gli aiuti militari forniti a Israele. Tutto dipenderà da come andranno le cose al Senato. Intanto Trump e Netanyahu preparano un massiccio attacco contro l’Iran. Spostati i Patriot.
I Dem e il fronte interno
In un certo senso è tutto collegato, elezioni diverse e strategie politiche si tengono per mano. Così, quello che sta succedendo, in questo momento, in Israele, finirà per influenzare, in qualche modo, anche le ‘Mid term’ americane. L’analisi delle consultazioni Usa di metà mandato, infatti, è un più complicata di quanto possa sembrare. Ci sono, è vero, otto punti di distacco a favore dei Democratici, nella media ponderata di RealClearPolitics che esprime il “voto congressuale generico”. Ma questa è solo una parte del discorso. Ormai gli analisti più avveduti ripetono da mesi che i Repubblicani perderanno la Camera e che il vero “battleground”, il campo di battaglia elettorale, sarà il Senato. Che comunque viene dato “pendente” verso i Democratici, anche se i “polls” dicono che in cinque-sei Stati i giochi sono ancora sostanzialmente aperti. Attenzione, però: i due grandi (e vecchi) partiti di massa americani sono molto più frastagliati, al loro interno, di quanto fossero alcuni anni fa. Insomma, conquistare la maggioranza congressuale (sulla carta) è solo la prima tappa di una corsa a ostacoli sulla strada della governance. Nel nostro caso, i probabili vincitori delle “Mid term”, cioè i Democratici, devono cominciare a guardare con occhio preoccupato al “fronte interno”, dove si delineano spinte centrifughe che potrebbero essere dirompenti.
The Democratic Socialists of America
Non c’è assolutamente bisogno di fare la traduzione, perché “The Democratic Socialists of America” (DSA) già si presentano da soli e sono la novità più evidente (assieme alla sconfitta di Trump) delle imminenti “Mid term”. Intendiamoci, per il Partito Democratico sono l’ennesimo dolore di testa, molto più acuto della minoranza progressista già raccolta intorno al mitico senatore Bernie Sanders. No. Questi sono tutti giovani leoni (e, soprattutto, leonesse) che alle primarie hanno sconfitto gli incartapecoriti candidati del vecchio establishment dell’Asinello. Ma, soprattutto, sono tutti ferocemente anti-israeliani. O, almeno, contro lo Stato ebraico rappresentato non solo da Netanyahu, ma anche dalla sua variegata classe politica, definita “militarista”. C’era da aspettarselo che, prima o dopo, la reazione alle soperchierie di Trump, di fronte all’arrendevolezza della classe dirigente “storica” del Partito Democratico, l’ala sinistra avrebbe finito per radicalizzarsi. Così oggi assistiamo a una crescita consistente di quel nucleo progressista che, sotto Obama, era noto come “The Squad”, la Squadra.
Il legame Usa-Israele
Ed è proprio in questo contesto, che vale soprattutto per certe gare testa a testa al Senato, che si collegano le elezioni israeliane con quelle americane. Scrive il quotidiano di Tel Aviv Haaretz: “Il DSA sta crescendo al Congresso, e con esso anche la sua influenza sui Democratici sulla questione di Israele. Una nuova generazione di candidati socialdemocratici vuole porre fine al sostegno militare statunitense allo Stato ebraico, mettendo alla prova l’influenza che l’ala sinistra del partito può esercitare dall’interno della Camera dei Rappresentanti”. Chiarissimo. L’effetto Gaza ha radicalizzato in modo esponenziale i movimenti di base democratici, sgretolando un rapporto con Israele storicamente solido. Secondo i calcoli dei flussi elettorali, infatti, tradizionalmente negli Usa il voto ebraico finora è andato per il 75% al Partito Democratico. Adesso, però, bisognerà fare i conti con una nuova classe di congressisti molto più disposta ad ascoltare le grida di aiuto dei palestinesi. “Dopo aver vinto le primarie – scrive sempre Haaretz – la candidata democratica al Congresso Darializa Avila Chevalier ha concluso il suo discorso di vittoria con il sindaco di New York Zohran Mamdani al suo fianco, promettendo una ‘New York che investe davvero nei bambini, non nelle bombe’. Lo slogan riassumeva perfettamente la sua campagna elettorale, incentrata sulla fine del sostegno militare statunitense a Israele e sull’imposizione di un embargo sulle armi”.
Niente più armi a Tel Aviv?
Occhio, perché l’avanzata dei socialdemocratici Usa potrebbe avere serie ripercussioni sui rapporti militari tra Washington e Tel Aviv. Vediamo come. “Avila Chevalier, studentessa laureata e attivista pro-palestinese alla Columbia University, nonché membro dei DSA – dice Haaretz – ha appena sconfitto il deputato Adriano Espaillat, in carica da cinque mandati e sostenuto dall’Aipac ebraico. Non è sola. Altri quattro membri dei DSA, tutti feroci critici di Israele, sono favoriti per la conquista di un seggio alla Camera a novembre. Se tutti e cinque vincessero, si unirebbero alle deputate Alexandria Ocasio-Cortez e Rashida Tlaib, portando il numero dei membri dei DSA a sette, la loro più ampia presenza al Congresso dalla fondazione nel 1982. Se i Democratici riconquistassero la Camera, questi numeri potrebbero tradursi in un maggiore potere contrattuale nei confronti della leadership del partito, e in particolare sulle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Secondo il Wall Street Journal – aggiunge Haaretz – i candidati al Congresso appoggiati dai DSA hanno discusso in privato quali impegni potrebbero chiedere al leader della minoranza alla Camera, Hakeem Jeffries, qualora i Democratici riconquistassero la maggioranza. Tra le condizioni prese in considerazione, prima di appoggiare Jeffries come speaker, c’è la fine degli aiuti militari statunitensi a Israele”.
Contrattacco Trump-Netanyahu
Queste analisi non le facciamo solo noi. Nello Studio Ovale, a Washington, e a Beit Aghion, a Gerusalemme, gli strategist di Trump e Netanyahu hanno già elaborato un piano d’azione per congelare l’asse “Maga” tra i due Paesi. Se ne parla da un pezzo, ma ora i rumors si sono fatti più insistenti. È assai probabile che, subito dopo le “Mid term”, qualunque sia l’esito, scatti un massiccio attacco congiunto israelo-americano contro l’Iran. Creare una situazione di guerra, serve a Netanyahu per continuare a invocare poteri speciali di emergenza. Mentre può essere sfruttata da Trump, per mettere ancor di più l’Europa con le spalle al muro dal punto di vista energetico. Prove? Ecco quello che ha scritto ieri il Jerusalem Post: “L’esercito statunitense sta trasferendo un sistema di difesa aerea e missilistica Patriot dal Texas al Medio Oriente, mentre Washington e Israele si preparano a una possibile nuova ondata di intense operazioni militari contro l’Iran, in seguito alle elezioni di Medio termine del 3 novembre. Il sistema Patriot, che comprende apparecchiature radar, una stazione di controllo per l’ingaggio, lanciatori di missili e missili intercettori, viene schierato per rafforzare le difese americane in vista di una potenziale escalation.
Gli Stati Uniti hanno anche trasferito truppe da basi in cui erano considerate vulnerabili ad attacchi iraniani, secondo quanto riferito al Wall Street Journal da funzionari a conoscenza dei movimenti”.

