18/08/2025
da Left
Cosimo Pederzoli : è antropologo, attivista campagna “SaveMasaferYatta”
La denuncia di Khalil Hathaleen da Umm al-Khair: il fratello Awdah, attivista nonviolento, assassinato il 28 luglio
Khalil Hathaleen
«Mio fratello Awdah aveva amici in tutto il mondo. Aspettavamo la restituzione del suo corpo per il funerale ma nella tenda adibita a camera ardente si sono presentati i militari israeliani arrestando gli abitanti del villaggio. Israele sta facendo pulizia etnica in Cisgiordania».
La voce di Khalil Hathaleen è quella di chi ha perso tanto, tutto, ma è anche la voce di un popolo, quello palestinese, che affronta il martirio delle persone più care non solo come lutto ma anche come lotta, senza passare mai dalla vendetta ma ponendo la giustizia come cardine per animare la resistenza nonviolenta. Siamo nella regione Masafer Yatta, le colline a Sud di Hebron, nei territori palestinesi occupati. Khalil è il fratello di Awdah: l’attivista palestinese ucciso il 28 luglio da un colono israeliano nel villaggio di Umm al-Khair. Awdah oggi giace sotto la terra mentre il suo assassino è libero e continua a rubarla ai palestinesi. Ma Awdah era molto altro, a raccontarlo è proprio il fratello.
Khalil, prima di parlare di Awdah può raccontarci qualcosa di lei?
Impossibile parlare di me senza citare mio fratello. Abbiamo vissuto insieme ad Umm al-Khair per 24 anni, era tutto per noi. Per il villaggio. Ho 38 anni, vivo ad Umm al-Khair, ho tre figli. Collaboro con il Consiglio del mio villaggio e ospito attivisti internazionali.
Come sta la sua famiglia e la sua comunità dopo l’assassinio di Awdah?
Abbiamo tutti perso un grande uomo. Sentiamo un vuoto immenso. La mia famiglia è distrutta. Il nostro villaggio è da sempre sotto attacco da parte dei coloni e dell’autorità israeliana ma ora, ancora di più, è precipitato in una grande tristezza. Lo stiamo ancora piangendo.
Suo fratello era il volto della resistenza di Umm al-Khair.
Lo era. Ma era anche un marito, un padre di tre bambini. Il più piccolo ha appena sette mesi. Awdah si era laureato in lingue all’Università di Hebron ed era insegnante di inglese presso scuole elementari. Per queste sue competenze e per la predisposizione al dialogo e all’ascolto è diventato il portavoce del nostro villaggio, accogliendo giornalisti e diplomatici da tutto il mondo. Era appassionato di calcio, militava nella squadra amatoriale di Masafer Yatta, credeva nel ruolo e nel valore dello sport come strumento di aggregazione nonviolenta per la risoluzione dei conflitti. Ha collaborato al documentario “No Other Land”, vincitore del premio Oscar.
Ho conosciuto Awdah nel 2019, mi spiace ma dobbiamo parlarne: cosa è successo il 28 luglio?
Non si deve dispiacere, mi fa male ricordare ma tutto il mondo deve sapere cosa sta succedendo a Masafer Yatta, cosa è successo a mio fratello. La pulizia etnica attuata dall’autorità israeliana va raccontata, anche quando è doloroso. Ad ucciderlo è stato Yinon Levy, un colono noto per la sua violenza. Lui e altri coloni stavano occupando la nostra terra con mezzi pesanti, quando abbiamo protestato ha estratto la pistola e ha sparato colpendolo al petto.
I filmati hanno registrato Levy intento a fumare con i soldati israeliani subito dopo l’assassinio di Awdah. Come è possibile?
L’occupazione israeliana funziona così. Tutelando sempre e comunque i coloni mentre violano il Diritto Internazionale e i Diritti Umani. Fino a giustificare un omicidio. Il colono in questione ha passato tre giorni ai domiciliari poi è tornato in piena libertà. Già il 4 agosto era a ridosso di Umm al-Khair, come se nulla fosse, a dirigere dei lavori per la colonia illegale di Carmel. Capite che per noi non esiste giustizia.
Tutto questo mentre il corpo di Awdah rimaneva “sequestrato” dalle autorità israeliane, lontano dalla famiglia…
Sì, ma non solo. Il giorno successivo la morte di mio fratello hanno chiuso il villaggio rendendolo “area militare interdetta”, arrestando 14 abitanti di Umm al-Khair senza alcun motivo. In particolare membri della famiglia Hathaleen. Avevamo allestito una tenda in memoria di mio fratello, in attesa della salma, ma a presentarsi sono stati i militari israeliani. Volevano silenziarci e spaventarci ma non lo abbiamo permesso.
Come siete riusciti a riavere Awdah con voi?
Le donne del villaggio, a partire da nostra madre e sua moglie, hanno iniziato uno sciopero della fame che ha coinvolto settanta persone. Le donne palestinesi sono fondamentali per la resistenza nonviolenta: filmano, documentano e supportano gli uomini mentre lavorano. Oltre a gestire la famiglia. In generale abbiamo denunciato al mondo l’accaduto anche grazie alla rete internazionale che aveva costruito mio fratello. Il 7 agosto le autorità hanno “dissequestrato” il corpo di Awdah, Israele non voleva che venisse sepolto ad Umm al-Khair. Vogliono rubare terra ai vivi e ai morti. Ma non lo abbiamo permesso. Lo stesso giorno sono stati scarcerati i 14 tra parenti e attivisti del villaggio. Per uscire di prigione abbiamo dovuto pagare, come sempre. Il 9 abbiamo celebrato il suo funerale che è stato militarizzato poiché l’esercito israeliano ha tentato di bloccare gli accessi al villaggio con checkpoint e posti di blocco per limitarne la partecipazione. Ma eravamo in centinaia.
La violazione dei Diritti umani e del Diritto internazionale da parte di Israele è documentata da anni in Cisgiordania ma cosa è cambiato dopo il 7 ottobre?
Tutto è cambiato. In peggio. Per i coloni non esistono più Leggi o convenzioni. Possono fare quello che vogliono alzando ancora di più il livello di violenza nei nostri confronti. Attaccano villaggi, persone, compresi bambini, uccidono intere greggi e restano completamente impuniti. Il governo Israeliano li ha legittimati totalmente. Anche nell’utilizzo sistematico della violenza. E sono armati. Nemmeno l’esercito israeliano riesce più a contenerli.
Nonostante tutto avete scelto la strada della resistenza nonviolenta. Perché
Nessuna arma da guerra può fermare Israele. La nonviolenza è l’unico strumento che abbiamo per ottenere la libertà. Per liberare la Palestina. Israele sta attaccando Paesi in tutto il mondo, ci sono troppi interessi, nessuno può fermarli con le armi. Questo non significa retrocedere ma opporsi ogni giorno, con estrema fatica, affrontando perdite dolorose.
Cosa chiede a livello internazionale per rendere giustizia ad Awdah e aiutare il suo villaggio?
Credo nella solidarietà. A tutti gli internazionali chiedo di venire a visitare Umm al-Khair, di vedere con i loro occhi cosa sta succedendo, come funziona il sistema di occupazione israeliano. Cosa significa vivere all’ombra delle colonie illegali. La nostra voce deve arrivare a tutti. Con gli attivisti italiani abbiamo ottimi rapporti di collaborazione, alcuni di loro erano presenti il giorno dell’assassinio di mio fratello. Per questo alcuni sono stati arrestati ed espulsi da Israele. Qui il futuro sembra nero e molto complesso ma dobbiamo continuare a resistere. Non abbiamo scelta.
Cosa dirà a Kinan, i figlio più piccolo di Awdah, quando chiederà di suo padre?
Che era il mio migliore amico. Un uomo amato da tutti, legato alla sua terra e alle persone di tutto il mondo. Un vero attivista e un profondo pacifista ucciso mentre difendeva il presente e il futuro di Masafer Yatta. La lotta di Awdah continua.