23808/2026
da Remocontro
Morto Ratko Mladic, il generale serbo-bosniaco a cui si addebitano alcuni degli episodi più crudeli nella guarra in Bosnia. Mladic è morto in carcere dove scontava l’ergastolo inflitto dal Tribunale internazionale, colpevole di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità nella ex Jugoslavia. Orrori chiave l’assedio di Sarajevo e il massacro di ottomila prigionieri musulmani disarmati a Srebrenica. Ed è a quella atrocità e a quei morti che scegliamo di dedicare questo frammento di storia vissuta, testimonianza datata ‘Srebrenica, Bosnia, 2005’
Disumanità della guerra e i massacri semplici notizie
Le prime notizie su quanto stava accadendo nell’enclave musulmana di Srebrenica (Srebrenica, un nome con troppe consonanti per noi latini, e quella ‘c’ slava finale che devi leggere zeta), nella Bosnia orientale sotto il controllo dei serbo-bosniaci di Karadzic e Mladic, arrivarono nella Sarajevo assediata e al mondo attraverso i radio amatori. Messaggi apparente sconclusionati nel loro incredibile racconto. “Le truppe di Mladic hanno sfondato il fronte di protezione delle Nazioni unite e stanno occupando la città”. “I Caschi blu olandesi si sono ritirati nella loro fabbrica-caserma, senza sparare un colpo”. “Gli uomini di Mladic hanno separato gli uomini da donne vecchi e bambini”. “Tutti i maschi sono stati caricati su dei camion e portati via. A migliaia. Di loro non se ne sa più nulla”.
L’Occidente che ‘non permette’ ciò che vuole
Ascoltavo da Sarajevo, tra scrosci di onde radio amatoriali lontane, tiri di cecchini e granate molto vicine. Ondate di panico stupefatto. C’è l’Onu, c’è la possanza delle grandi democrazie occidentali, c’è la onnipotente “opinione pubblica”: non può accadere. Ci dicevamo. Nel frattempo, la diplomazia in feluca e cinismo, riunita a Dayton, in Ohio, stava disegnando le mappe della nuova Bosnia, mentre sul campo i macellai in mimetica e disonore militare traducevano in morti e massacri i nuovi confini concordati con diplomatica buona educazione.
A massacro appena compiuto
A Srebrenica, sette giorni dopo il massacro, fummo i primi testimoni occidentali ad entrare nella città fantasma, avevamo trovato soltanto la puzza della morte. Fulvio Gorani aveva la fortuna di nascondere le sue emozioni dietro l’oculare della telecamera. Boban Radovanovic, il producer serbo di Belgrado, era bianco e muto: neppure fosse lui il colpevole. Io pensavo al modo di raccontare ciò che vedevo senza inciampare nei mille aggettivi che mi venivano su dalla pancia. Fu il Tg1 a mostrare per la prima volta al mondo la Srebrenica del dopo massacro. Città deserta a distrutta, anche se allora non riuscivi neppure ad immaginare quanti fossero davvero i suoi fantasmi.
Dieci anni dopo, dal dubbio all’olocausto
Una macabra ironia che accompagna l’orrore. Alla vigilia del decimo anniversario, i resti delle ultime 600 vittime identificate, sono stati raccolti nel capannone della vecchia fabbrica di accumulatori della frazione di Potocjari, quella che era la periferia industriale di Srebrenica. Fabbrica in disuso. In disuso come l’onore dei caschi blu olandesi che, al riparo di quei muri in cemento, dieci anni fa non spararono un solo colpo per impedire il massacro di 7 mila 800 maschi musulmani disarmati e prigionieri. Li abbandonarono alla crudeltà pianificata dei miliziani serbo-bosniaci agli ordini dei macellai Karadzic e Mladic. Le scritte in olandese che restano sui muri, andrebbero raccolte nell’antologia del razzismo fascistizzante che le nostre cosiddette democrazie non riescono o non vogliono tirar fuori dalla protezione delle mimetiche per buttarlo nella spazzatura.
Dieci anni indietro con la memoria
In quella terza estate di guerra, 1995, in Bosnia si respirava l’aria della vigilia. Cosa poteva accadere, oltre a quello che già era avvenuto? Ingenui. Ricordo i primi appelli disperati che attraverso i radioamatori giunsero allora nella Sarajevo assediata. La descrizione dell’impossibile, la follia della disperazione, pensammo in molti ascoltando quei frammenti di racconto che volevi inverosimili, una verità scrosciata come quelle onde radio.
Centinaia, migliaia di uomini, vecchi e ragazzi disarmati, catturati e portati via dagli sgherri armati di Mladic. Ammazzati, dicevano quelle voci dalle montagne della Bosnia orientale. Alcuni giorni dopo, fui il primo testimone occidentale ad entrare a Srebrenica.
L’odore della morte
Con la troupe del Tg1, cogliemmo soltanto l’odore della morte. Una città fantasma e semidistrutta che ancora nascondeva le dimensioni di un orrore che potevi temere, ma mai immaginare nella sua mostruosità poi svelata.
A dieci anni di distanza, soltanto 2000 corpi hanno un nome, ed ogni ritrovamento di una nuova fossa comune, ad ogni identificazione probabile da parte dei patologi internazionali che ancora investigano nell’orrore della guerra bosniaca, quel dolore si rinnova, assieme all’impossibilità di capire, di trovare una ragione a quanto accaduto nel cuore dell’Europa continentale, e nella quasi totale indifferenza delle nostre coscienze ben nutrite.
Dieci anni dopo, abbiamo visto donne anziane e bambini sfilare lungo la geometria agghiacciante di quelle 20 file di 31 feretri ognuna. Un panno verde a coprire i resti, come nella tradizione religiosa islamica, un numero a cui associare un nome. Donne e bambini che si aggirano in quel labirinto di morte per l’ultimo saluto ad un marito, ad un figlio, ad un padre, alla famiglia che ti è rimasta soltanto nella memoria.
Di fronte alla fabbrica della vergogna, c’è l’enorme cimitero voluto come sacrario. Cerimonia ufficiale destinata nel tempo a stemperarsi nel rito. Commemorazione come evocazione della necessità della memoria.
La politica senza memoria
La memoria labile dell’agenda politica internazionale rispetto ai Balcani, e la cattiva coscienza collettiva per quanto accadde nella notte fra il 10 e 11 luglio del 1995 a tre passi dalle nostre case. C’erano tutti i capi di Stato della vecchia Jugoslavia che si è dilaniata nella guerra civile prima di dissolversi. Tutta l’alta diplomazia internazionale, allora assente o distratta.
All’entrata monumentale che porta all’enorme villaggio del silenzio, su uno striscione in slavo capisci la parola “genocidio”. E’ l’accusa rivolta dal tribunale internazionale dell’Aja nei confronti dei responsabili. La latitanza protetta da mille complicità dei responsabili Karadzic e Mladic, ti indigna e assieme non convince. Soltanto loro i colpevoli? Quello di Srebrenica è stato sicuramente il più grave massacro avvenuto in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale. Un massacro annunciato e non impedito.
Dolore vero e opportunismi
Atto di contrizione collettivo e in parte ipocrita quindi quello del decennale di Srebrenica. Un popolo schiacciato fra i vaneggiamenti della Grande Serbia di Milosevic e della Grande Croazia di Tudjman. Gli opportunismi nazionali ed economici europei che hanno protetto l’uno o l’altro despota. L’Onu con le sua bandiere schizzate dal fango bosniaco. L’Olanda che si vergogna e non deve smettere di farlo. L’esibizione del fare americano che supera la sua stupidità arrogante nei Balcani, nel non fare europeo. Il ministro degli esteri inglese che con i cadaveri delle bombe di Londra del 7 luglio ancora caldi fra le rotaie della metropolitana, viene a dare la sua solidarietà all’islam innocente e vittima, rispetto agli assassini di oggi che si nascondono dietro la bestemmia del nome di Allah.
Nazionalismi che incombono sul mondo
La richiesta di perdono più attesa viene dalla Serbia. Per la prima volta, oltre alle autorità serbo bosniache che governano il territorio di Srebrenica, era presente anche il Presidente della Serbia che fu di Milosevic. Un atto di contrizione in trasferta nei confronti della storia, rispetto a troppe timidezze in casa per i rigurgiti nazionalistici che ancora avvelenano Belgrado. La latitanza del macellaio all’ingrosso Ratko Mladic, è l’ultima maledizione del regime di Milosevic che ancora grava su quello sfortunato Paese.
- La Bosnia del semplice armistizio imposto dieci anni fa a Dayton, ancora aspetta le condizioni di una pace condivisa. La strada per arrivarci, e in tempi brevi, prima che tutto l’artificio bosniaco precipiti nel caos, non concede comunque scorciatoie all’obbligo della memoria. La memoria che l’uomo sembra proprio non riuscire a trasformare in esperienza, in lezione per il domani. Rivivi la follia organizzata di Srebrenica, e in questi tempi di rinnovata follia, pensi a Londra, a Sharm El Sheik. Come se la storia, a molti, passasse accanto senza sfiorarli, senza insegnare.

