ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

Mossad: ‘combatteremo fino al cambio di regime in Iran’

Mossad: ‘combatteremo fino al cambio di regime in Iran’

Politica estera

14/04/2026

da Remocontro

Piero Orteca 

Hanno colpito assieme ma con prospettive e interessi diversi. Stati Uniti e Israele si trovano adesso a dover gestire una strategia di uscita dalla guerra all’Iran che li trova su posizioni contrapposte. Trump non vede l’ora di chiudere la sciagurata avventura che non avrebbe mai voluto cominciare, mentre Netanyahu, dietro le quinte, è furibondo per una trattativa che potrebbe fargli interrompere il lavoro a metà.

Una tregua indigesta

Mentre la diplomazia statunitense si affanna a trovare una soluzione che metta tutti d’accordo e che consenta a Trump di salvare la faccia e di recuperare almeno una parte del consenso perduto, gli israeliani masticano amaro. O, meglio, la ‘squadra’ di Netanyahu fa mille acrobazie tattiche (come la guerra in Libano) per cercare di tenere aperto il conflitto con l’Iran. Motivo? Ufficialmente, il timore per il programma nucleare degli ayatollah, che potrebbe portare alla realizzazione della “bomba”. Oltre alla preoccupazione per i progetti missilistici e al sostegno offerto alle milizie sciite del cosiddetto “Asse della Resistenza”. Andando al sodo, però, come sostengono quasi tutti gli analisti di affari mediorientali, il vero obiettivo perseguito da Netanyahu è quello di creare, attraverso la guerra, un clima di emergenza nel Paese. Sufficiente, per motivi di “sicurezza nazionale”, a fargli scansare i processi per corruzione, che prima o dopo però dovrà affrontare. Ma siccome in autunno si vota, ecco che il Premier uscente, sulle ali dei successi militari, spera (e pensa) di essere riconfermato. E di potere successivamente gestire il ‘dialogo’ con i giudici a suo piacimento. Quindi, mentre il mondo si interroga, sempre più inquieto, sulla logica di una guerra senza senso, a Tel Aviv si prendono invece posizioni chiare: anche se si dovesse firmare uno straccio di accordo, Israele continuerà a sentirsi in guerra perpetua con Teheran, almeno fino al crollo del regime teocratico.

Una conferma autorevole

Che la posizione del governo israeliano sulle trattative in corso, tra gli americani e la leadership sciita di Teheran, sia decisamente tiepida, per non dire quasi ‘fredda’, è testimoniato dalle dichiarazioni fatte ieri dal capo del Mossad, il mitico servizio di intelligence, capace di infiltrarsi in tutti i gangli vitali del potere nemico. David Barnea, che ha parlato a una cerimonia commemorativa per la Giornata della Memoria, è stato di una franchezza sorprendente, dicendo che il suo servizio segreto continuerà a operare in Iran ‘almeno fino a quando il regime non sarà cambiato’. «Intervenendo al quartier generale del Mossad – scrive Haaretz – Barnea ha affermato che, nonostante i successi di Israele nella guerra contro l’Iran, ‘non pensavamo che la missione si sarebbe conclusa immediatamente con la cessazione delle ostilità, ma avevamo pianificato che la nostra battaglia continuasse anche dopo la fine degli attacchi in Iran. Le persone ingenue si sbagliano nel dire che l’Olocausto appartiene al passato e che nella realtà odierna un genocidio non può accadere, che non sono possibili appelli alla distruzione e che non può nascere un odio tale da minacciare l’esistenza di un popolo». Il capo del Mossad, in questo caso, si riferisce alla volontà, più volte manifestata dalla teocrazia sciita, di distruggere lo Stato di Israele. Haaretz conclude la sua analisi dicendo che il mese scorso, il New York Times aveva riportato una notizia che riguardava proprio l’attività del Mossad in Iran. In particolare, si parlava di un report per Netanyahu fatto da Barnea, relativo alle rivolte popolari verificatesi prima dello scoppio della guerra. «Barnea aveva detto al Primo Ministro Netanyahu – conclude il giornale – che il Mossad avrebbe potuto mobilitare l’opposizione iraniana nel giro di pochi giorni, portando così al crollo del governo iraniano». Cosa che poi si è rivelata falsa.

I retroscena rivelati dal Nyt

Una cronaca puntuale e dettagliata, dei retroscena relativi alla cosiddetta ‘Operazione Kurdistan’ è stata proposta dal New York Times, che ha sviluppato il punto di vista americano (molto scettico) sull’argomento. Barnea, recandosi in visita a Washington in gennaio, assieme a Netanyahu, si diede da fare per presentare agli adviser di Trump il piano che prevedeva l’invasione dell’Iran occidentale, da parte di milizie curde in partenza dall’Irak. «Il signor Netanyahu ha fatto leva sull’ottimismo del Mossad circa la possibilità di una rivolta in Iran per convincere il signor Trump che provocare il crollo del governo iraniano fosse un obiettivo realistico», sostiene il New York Times. «Tuttavia – dice Haaretz – funzionari israeliani interpellati hanno smentito la notizia. Hanno invece affermato che, prima dei primi attacchi in Iran, il capo del Mossad aveva dichiarato in riunioni a porte chiuse che i manifestanti sarebbero potuti scendere in piazza a Teheran solo dopo la fine delle ostilità e che un cambio di regime avrebbe potuto richiedere diversi mesi». Dunque, due versioni ma un unico fallimento, e un palleggiamento di responsabilità. E non è tutto. In un nuovo articolo, pubblicato all’inizio di aprile, il New York Times ha ribadito che, nell’Amministrazione Trump, si giudicava la possibilità di un cambio di regime, attraverso un’invasione di terra curda in Iran, come «lontana dalla realtà».

  • Il Direttore della CIA, John Ratcliffe, avrebbe definito ‘farseschi’ i vari scenari ipotizzati da Netanyahu per un cambio di regime, inclusa l’invasione curda. Mentre il Segretario di Stato, Marco Rubio, sarebbe intervenuto dicendo: «In altre parole, sono tutte sciocchezze». Bene. E allora, poi perché la guerra l’hanno fatta lo stesso?
share