10/10/2026
da Il Manifesto
Nobel alla sbarra Il Comitato che assegna il riconoscimento ne elogia l’impegno, ma prende le distanze dalle accuse di genocidio in Palestina
Di inspiegabile, nell’annuncio di ieri che il Nobel per la pace va alla giurista sudafricana Navanethem “Navi” Pillay, c’è solo il fatto che l’anno prima la scelta era caduta sull’oppositrice venezuelana María Corina Machado. La quale, universalmente giudicata a corto di titoli per meritarsi il riconoscimento, verrà poi definitivamente screditata dal principale dei suoi sponsor, il presidente Trump, una volta realizzato quanto più conveniente fosse asservire al disegno di dominio Usa su Caracas l’attuale “presidenta ad interim” Delcy Rodriguez.
PERALTRO IL TYCOON non ha cambiato idea su quanto il premio spetti di diritto a lui, per il numero considerevole di guerre terminate. Né sono cambiati i cinque membri del comitato norvegese che assegna il Nobel. O forse sì, una qualche metamorfosi nelle loro coscienze deve essere intervenuta, per spiegare due scelte così agli antipodi. Per giungere alla conclusione che se la pace migliore è quella “giusta”, non poteva esserci un profilo più adatto a ricevere il premio, nell’anno in cui si vorrebbe mettere proprio la giustizia internazionale sul banco degli imputati.
Nata nel 1941 in una famiglia di origini tamil della Durban “indiana”, Navi Pillay aprirà – prima donna non bianca a farlo – un suo studio legale dopo un percorso di studi giocoforza a ostacoli, nel Sudafrica delle leggi segregazioniste che impattano anche sul sistema educativo. Seguono 28 anni di esercizio della professione nel difficile contesto dell’apartheid, durante i quali si batte per garantire il diritto alla difesa per i militanti anti-apartheid detenuti a Robben Island, l’isola-prigione in cui è rinchiuso anche Nelson Mandela. Capisce che una proiezione internazionale della lotta, anche sul piano giuridico, può essere un punto di forza.
IN QUESTA DIREZIONE va il dottorato in scienze giuridiche conseguito nel 1988. Sono gli anni in cui insieme alla stella polare del diritto internazionale brilla l’impegno sulle questioni di genere: la creazione dell’Advice Desk for the Abused e i rifugi per le vittime di violenza domestica sono atti propedeutici al contributo che da membro della Women’s National Coalition darà alla futura Costituzione “arcobaleno” del paese, in particolare alla clausola che proibisce la discriminazione per motivi di razza, religione e orientamento sessuale. Sempre di respiro internazionale è il gruppo per i diritti delle donne Equality Now, che Pillay contribuisce a fondare.
Nel 1995, poco dopo la caduta dell’apartheid, Mandela la vuole come giudice della nuova Corte suprema sudafricana. Da avvocata, in quanto non bianca, le era precluso anche entrare nella stanza di un giudice. La prima volta, quella stanza era la sua. Ma sempre su indicazione di Mandela poco dopo viene nominata dall’assemblea generale Onu al Tribunale penale internazionale per il Ruanda, di cui sarà presidente dal 1999 al 2003. Tra i diversi procedimenti che la vedono protagonista spicca quello contro Jean-Paul Akayesu, in cui per la prima volta viene sancito il principio che lo stupro non può più essere considerato «un trofeo di guerra» e che anzi le violenze sessuali possono essere inquadrate come atti di genocidio.
DAL 2003 AL 2008 Pillay si sposta alla Corte penale internazionale (Cpi), dopo aver contribuito alla sua fondazione codificando i diritti delle donne e sostituendo il termine «sesso» con «genere». Poi va a dirigere l’Alto commissariato delle nazioni Unite per i Diritti umani, che interpreta come una permanente «voce delle vittime».
Nel tempo Pillay ha difeso con le ragioni di WikiLeaks e di Edward Snowden, criticato lo Sri Lanka per i massacri di civili Tamil e la comunità internazionale per l’inazione nella guerra civile siriana; ha spinto per togliere le sanzioni allo Zimbabwe di Mugabe e non ha fatto sconti neanche al civile Canada quando il governo del Quebec ha ristretto il diritto a manifestare degli studenti. È stata anche giudice ad hoc della Corte di giustizia internazionale, occupandosi delle accuse di genocidio dei Rohingya formalizzate dal Gambia nei confronti del Myanmar.
NEL SUO PERSEGUIRE una «pace giusta» ha scatenato però la reazione di Usa e Israele, di cui le sanzioni annunciate ieri da Marco Rubio per la Cpi sono un’esibizione plastica. L’ultima sfida è stata la pubblicazione, il 16 settembre 2025, delle conclusioni cui è giunta la Commissione d’inchiesta, ravvisando nella condotta di Israele a Gaza almeno quattro dei cinque atti che configurano il genocidio. Apriti cielo. «Comprendo il significato della parola “genocidio” e non la uso con leggerezza», ha scritto quello stesso giorno sul New York Times, spiegando in parole povere le conclusioni del rapporto.
Nel combinato disposto della giudice paladina del diritto internazionale che ha parlato di genocidio a Gaza e del suo Paese che per questo ha denunciato Israele alla Corte di giustizia internazionale c’è abbastanza materia per incrudelire le reazioni scomposte di Washington e Tel Aviv. A dire che Pillay «ha servito l’umanità con integrità e con la convinzione che il mondo possa e debba essere un posto migliore» ci pensa il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa.
«IL DIRITTO INTERNAZIONALE e le sue istituzioni sono la pietra angolare di un mondo più pacifico», ha detto il presidente del Comitato norvegese per il Nobel, Jorgen Watne Frydnes. Salvo poi precisare che il premio non significa condividere l’accusa di genocidio nei confronti di Israele. Nel timore forse che dopo la Cpi i giustizieri del diritto internazionale non puniscano anche il Comitato di Oslo.

