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Neanche Israele è sicuro delle prove contro Hannoun

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Attualità

14/01/2025

da Il manifesto

Mario Di Vito

L'inchiesta Nessuna certezza sui legami con Hamas nei 266 documenti inviati da Tel Aviv ai pm di Genova. Venerdì udienza per la scarcerazione. Le accuse di aver finanziato il terrorismo basate su «battlefield evidence» che però non sono state verificate. Bisogna fidarsi di chi le ha scritte: «Mr Avi». Oggi Piantedosi alla Camera

Non è possibile determinare l’accuratezza delle informazioni raccolte sui presunti finanziamenti ad Hamas da parte dell’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese di Mohammed Hannoun, arrestato alla fine di dicembre insieme ad altri otto per associazione a delinquere con finalità di terrorismo internazionale.

A DIRLO sono le stesse autorità israeliane in quaranta pagine prodotte a Tel Aviv il 23 giugno, inviate alla segreteria della procura di Genova il primo luglio e ricevute dal sostituto Marco Zocco il giorno successivo. Dentro c’è l’elenco di 266 «prove dal campo di battaglia» che testimonierebbe i legami tra l’associazione di beneficenza italiana e il movimento di resistenza islamica a Gaza. L’uomo che si firma «Avi», il capo della divisione «ricerca e valutazione» del Nbctf (l’Ufficio nazionale israeliano per il contrasto al finanziamento del terrorismo), nelle sue note allegate agli atti lo ammette senza tanti giri di parole: in alcuni casi è stato impossibile stabilire l’esatto luogo e la data dell’acquisizione dei documenti, ma questo, a suo dire, non sarebbe un problema per l’identificazione dell’entità che ha usato i fondi. Hamas, chi altri? Del resto a Gaza è Hamas a controllare le istituzioni e l’assunto è che qualsiasi rapporto con chi lavora nella Striscia è da considerare come fiancheggiamento del terrorismo: dall’attacco del 7 ottobre del 2023 per Israele è così e basta. E tutti devono adeguarsi.

SCRIVE ANCORA «Mr Avi» che se molte informazioni non possono essere diffuse nemmeno all’autorità giudiziaria italiana perché bisogna mantenere la sicurezza delle operazioni militari in corso, non c’è da preoccuparsi, perché i luoghi dove sono stati sequestrati i documenti sono conosciuti da lui in persona e tanto basta. Nella descrizione delle «circostanze» che hanno portato al ritrovamento dei «materiali probatori» durante l’operazione «Sword of Iron» tra il 2023 e il 2024, in effetti, la precisione spesso manca. Per esempio, riguardo a un laptop preso il 22 novembre del 2023 contenente «varie informazioni» su organizzazioni che operano a Gaza, il collegamento con Hamas non è certo ma «molto probabile». Oppure, i documenti requisiti il 16 novembre del 2023 sarebbero di «un’entità di Hamas indefinibile». E ancora: un hard disk requisito l’8 dicembre del 2023 contiene file che «molto probabilmente» erano di un funzionario dell’ufficio di Yahya Sinwar, il capo di Hamas a Gaza fino al 16 ottobre del 2024, giorno in cui è stato ucciso.

NELLA MEMORIA prodotta dalle difese dei nove arrestati alla fine di dicembre, di fronte a tutto questo si sostiene l’assoluta inutilizzabilità di questi materiali «in quanto affetti da un cumulo insanabile di deficit che ne precludono qualsiasi valenza probatoria». Anche perché le «battlefield evidence» (prove sul campo) sono prive di «catena di custodia documentata secondo gli standard» dell’Onu, di Eurojust e del Consiglio d’Europa. «Mancano l’identificazione dei soggetti che hanno materialmente raccolto i dati – sostengono i legali -, i metadati verificabili e qualsiasi possibilità di controllo indipendente».

I QUATTORDICI avvocati del collegio, inoltre, hanno rilasciato ieri un comunicato stampa per ribadire che «l’aula di giustizia non è un campo di battaglia» e che «i materiali di intelligence militare non possono fondare procedimenti penali», cosa che peraltro aveva sostenuto la stessa procura di Genova nel 2010 quando, attraverso la sostituta Francesca Nanni, chiese e ottenne l’archiviazione della posizione di Hannoun in un’indagine per terrorismo pressoché identica a quella in corso adesso. Dicono i legali degli arrestati: «L’iniziativa giudiziaria in atto sul presunto finanziamento del terrorismo non riguarda condotte penalmente accertate, bensì la trasmissione e circolazione di informazioni acquisite in uno scenario di guerra». A questo va aggiunto che «nessun giudice israeliano ha mai convalidato le ipotesi investigative oggi richiamate», le quali «restano integralmente appannaggio dei servizi di sicurezza, che operano sotto il diretto controllo dell’esecutivo e all’interno di una logica dichiaratamente bellica. Importare tali materiali nel processo penale significa abbattere la distinzione, essenziale in una democrazia, tra guerra e giustizia».

È UNA STRATEGIA: gran parte delle richieste di estradizione inoltrate ai paesi europei da Israele negli ultimi anni sono state respinte sulla base del fatto che è impossibile assicurare che un indagato per terrorismo in quel paese non venga sottoposto a trattamenti inumani e degradanti. Molto più semplice, allora, optare per la cooperazione giudiziaria, cioè gli scambi di informazioni di polizia. Non serve nemmeno chiedere: in questo caso, infatti, le autorità di Tel Aviv hanno fornito molta della documentazione «spontaneamente», come fosse un dono.

OGGI POMERIGGIO, alla Camera, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi riferirà su questa indagine che, come ha avuto modo di dire qualche giorno fa, «ha svelato il vero volto dei pro pal». Venerdì, a Genova, il tribunale del riesame deciderà se scarcerare o meno Hannoun e gli altri otto indagati. Lo stesso giorno, all’Aquila, è prevista la sentenza di primo grado per Anan Yaeesh, Ali Irar e Monsour Doghmosh, anche loro accusati di terrorismo sulla base di testimonianze raccolte in Israele.

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