30/11/2025
da Il manifesto
Inverno generale Tre morti e trenta feriti. Zelensky: sarà dura senza un accordo. Le madri dei soldati scomparsi chiedono l’intervento del governo
Da un lato del viale Khreschatyk un centinaio di madri e mogli dei soldati dispersi si sono disposte a semicerchio sotto la colonna di Maidan per chiedere al governo di fare qualcosa, dall’altro passa un convoglio di mezzi con le bandiere dell’Azov al vento. I discorsi al microfono sono coperti dalle sirene della polizia, tutti si girano, ma la donna che parla non si ferma. Conclude il suo discorso con «gloria ai nostri eroi», dove il possessivo non è lo stesso che usano i politici, gli appartengono in quanto mariti, padri e figli, non sono il sangue della nazione ma il loro sangue.
È UNA MATTINA di nebbia e pioggia finissima a Kiev. La notte è stata lunga per i bombardamenti russi che intorno all’una e mezza hanno svegliato tutti e si sono prolungati per diverso tempo. Il macabro concerto si replica sempre simile: prima i suoni sordi della contraerea che cerca di colpire i droni (ne sono stati lanciati più di 600 secondo l’aeronautica ucraina), simili a una mitragliatrice pesante che spara lenta, se qualche velivolo si schianta al suolo senti l’esplosione, ma l’aria trema solo se questa è vicina. Quando invece si schianta il missile, o una sua parte, il boato è diverso, è solo un suono pieno e modulato che in città rimbomba sbattendo da un palazzo all’altro. Dopo un po’ tutti imparano a distinguerli. I canali Telegram avvertono che non è finita e invitano a restare nei rifugi. A fine giornata i morti sono tre e i feriti una trentina. In una zona di nuova costruzione chiamata “Comfort town”, fatta di palazzine basse e colorate, parchetti e strutture da città modello i piani alti di alcuni edifici sono stati sventrati. Un drone kamikaze è caduto anche su un cimitero, ironia della sorte. Al risveglio oltre seicentomila persone, tra Kiev e la regione circostante, erano senza corrente. «Mentre tutti discutono i punti dei piani di pace, la Russia continua a perseguire il suo duplice ‘piano di guerra’: uccidere e distruggere» scrive su X il ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiga.
L’UMIDITÀ acuisce il freddo, ma qui sono abituati, non sembrano particolarmente sofferenti, anche perché i mesi peggiori sono gennaio e febbraio. Nel discorso che palesava la necessità di scendere a patti con i russi, il presidente Zelensky ha fatto leva sull’inverno «più duro dall’inizio della guerra» che aspetta gli ucraini se non si giunge a un accordo prima. Forse perché due terzi del sistema energetico ucraino sono distrutti o danneggiati (soprattutto le condutture di gas) o semplicemente per il fatto che è il quarto. Ma allora il discorso varrebbe per ogni anno che passa: la forza diminuisce, i livelli di sopportazione si abbassano e le risorse calano. In ogni caso non è a Kiev che l’inverno fa più danni, ma nell’est, lontano dalle grandi città, dove la guerra sul campo si decide chilometro per chilometro.
PER STRADA le maestre accompagnano le scolaresche sul viale, gli mostrano i cartelli che raccontano le rivolte del 2014 e si fermano vicino alle centinaia di bandierine e fotografie sotto la celebre colonna. I bimbi però sono troppo eccitati per la gita e per i cappelli di babbo natale per capire il significato di quei cimeli. Una ragazza vuole scattarci una foto, è per pagarsi una scuola di fotografia on-line, dice che aveva un lavoro in un bar ma ora il locale ha chiuso. Più in alto, sulla piazza del monastero di San Michele un’altra scolaresca è portata ad ammirare le cupole dorate sopra la statua del cosacco Bogdan Khmelnytsky che scacciò i polacchi da Kiev. Un uomo in divisa con l’alito marcio da vino scadente chiede un supporto per i militari, mostra uno strap con la scritta «volontario» e dice di essere un reduce. Ci tiene a far vedere una ferita «di mortaio» sul braccio, a riprova della sua buona fede, ma sembra più un taglio da coltello. Dentro il monastero carta da zucchero illuminato splendidamente due signore offrono piroshki per «comprare un blindato alla 59° brigata».
GLI ALTOPARLANTI di San Michele diffondono le preghiere ortodosse, all’interno diverse donne comprano le candele votive, segnano su un foglietto i nomi di chi vogliono che sia protetto dai santi e le accendono sugli altarini prima di baciare le icone. Due ragazze in divisa fanno il giro delle icone prima di uscire, una ha una protesi alla gamba destra e cammina appoggiandosi a un bastone. Sulla spalla ha uno strap con un ritratto stilizzato di Bandera-zombie che sorride sulla scritta «io sono ucraino». Entra una coppia, evidentemente lei ha trascinato lui e all’ingresso lo costringe ad abbassarsi il cappuccio della giacca militare prima di portarlo ad accendere una candela davanti alla Madonna. Lui sbuffa ma esegue come un bambino.
FUORI IL CIELO notturno è coperto ed è un bene perché se la nebbia sale i droni avranno più difficoltà a volare. Nei bar aperti si beve e ogni tanto si balla anche, qui non vige il proibizionismo come in Donbass. La sproporzione tra uomini (che sono per la maggior parte stranieri) e donne è evidente tanto che quando a fine serata un musicista con una frangia alla Oasis accenna l’inno ucraino alla chitarra elettrica il coro che man mano cresce è acuto. Si autoalimenta, diventa un grido, al bancone mette un po’ d’angoscia mentre le donne sotto il palchetto ridono. Uno straniero, forse statunitense a fine inno urla qualcosa come «slava ukraini», la maggior parte dei presenti risponde perché così si fa, lui si sente soddisfatto ma quando pieno di boria va dal barista a chiedere un altro cocktail questi gli risponde perentorio: «Basta, abbiamo chiuso». Lo straniero insiste e lo cacciano, le ultime risate rimangono sul marciapiede prima dei taxi che svuotano la città per il coprifuoco.

