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Nella zona semibuia il conflitto si allarga

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03/09/2026

da Il Manifesto

Francesco Strazzari

De bello ibrido Un altro segnale della crisi sistemica: l’oro olandese spostato dagli Usa a Londra

Chi si occupa di infrastrutture critiche e sicurezza cyber guarda da tempo con estrema preoccupazione al potenziale di escalation della guerra russo-ucraina lungo la via di «attacchi non cinetici». Attacchi difficili da attribuire, calibrati per produrre effetti senza oltrepassare inequivocabilmente la soglia dell’atto di guerra.

Probabilmente ciò che sappiamo – gli episodi scoperti, investigati e infine attribuiti – è solo ciò che lascia traccia. Molto meno sappiamo di tentativi falliti, intrusioni scoperte e mantenute riservate, episodi non ancora collegati fra loro. È in questa zona semibuia che si sta allargando la guerra in Europa, con la Germania candidata a diventarne il punto più delicato.

LA GUERRA RUSSO-UCRAINA, perdurando, si allarga orizzontalmente (coinvolgendo territori, infrastrutture e strumenti sempre più lontani dal fronte) e verticalmente: ogni nuovo episodio attribuito restringe lo spazio disponibile per rispondere senza salire di un gradino nella scala dell’escalation. A Lipsia questo passaggio è già avvenuto, con la formale attribuzione a Mosca del tentativo di attacco del 4 agosto contro l’aeroporto Lipsia-Halle. L’attribuzione costituisce essa stessa un’escalation. Il sabotaggio passa dalla sfera della polizia a quella dei rapporti interstatali con chiusure, controlli e l’annuncio di nuove iniziative su sanzioni e flotta ombra. Nato e alleati si sono schierati con Berlino, la Russia risponde con ritorsioni sui centri Goethe.

Il nocciolo del problema è chi decide cosa costituisce cosa. Mosca conosce già la risposta alla domanda se la Nato combatterebbe di fronte a un’aggressione militare conclamata. Ciò che le interessa conoscere è più sottile e riguarda cosa gli alleati classificano come attacco, quali soglie probatorie utilizzano, quanto rapidamente collegano incidenti separati, quando un sabotaggio cessa di essere materia giudiziaria nazionale, quali regole d’ingaggio applicano a droni e intrusioni. Insomma, quale costo politico produce un’ambiguità mantenuta a lungo. La messa a fuoco non è su vulnerabilità militari, ma decisionali.

Quanto sta accadendo sulla rete elettrica tedesca diventa particolarmente inquietante. A Turnow-Preilack, nel Brandeburgo, qualcuno ha installato più di una dozzina di dispositivi artigianali progettati per proiettare materiale conduttivo sulle linee ad altissima tensione e provocare cortocircuiti. Poco dopo, all’altra estremità del paese, vicino a Colonia, sei dispositivi costruiti in modo analogo sono stati rinvenuti accanto un impianto.

NESSUNA ATTRIBUZIONE alla Russia è oggi possibile, e nondimeno possiamo chiederci se qualcuno sta testando la penetrabilità della colonna vertebrale della Germania. Occorre distinguere il sabotaggio come distruzione dal sabotaggio come ricognizione: se lo scopo era provocare un grande blackout, le operazioni sono fallite. Ma operazioni del genere possono servire a misurare accessibilità, ridondanze, tempi di rilevamento, velocità di ripristino, coordinamento fra Länder e autorità federali. E soprattutto la reazione politica. Fra sabotaggio, ricognizione e segnalazione, la zona semibuia è strategicamente redditizia.

La Germania non è un paese europeo qualsiasi per Putin, che ha vissuto cinque anni a Dresda come ufficiale del Kgb, parla tedesco e ha sempre considerato il rapporto con Berlino come chiave verso l’ordine europeo. Si aggiunge una vulnerabilità politica evidente: la crescita dell’AfD nell’Est e, più in generale in Europa, di forze nazionaliste di estrema destra che contestano sanzioni e sostegno all’Ucraina e avversano il processo di integrazione europea.

DESTABILIZZARE non significa convincere i tedeschi ad amare la Russia. Basta aumentare il prezzo percepito del confronto: insicurezza, energia, economia, paura che la guerra entri in casa, sfiducia nelle istituzioni. Qui compare una seconda sequenza, apparentemente lontana dalla prima. La banca centrale olandese ha annunciato di aver ricollocato 86 tonnellate d’oro custodite negli Stati uniti e in Canada. La quota conservata a New York è scesa dal 31,3 al 18,5%, quella a Londra è salita dal 18,1 al 32,1%. La motivazione ufficiale merita attenzione: crescente instabilità geopolitica e rafforzamento della crisis preparedness. Londra permette di mobilitare l’oro più rapidamente durante una crisi. La banca centrale precisa persino che l’operazione serve ad acquisire esperienza nelle modalità con cui l’oro potrebbe dover essere di nuovo spostato durante una futura crisi.

Qualcosa di diverso avviene in Russia, dove nei primi sette mesi del 2026 Mosca ha venduto circa 50 tonnellate d’oro. Non significa che stiano esaurendo le enormi riserve. Ma mentre molte banche centrali (la Polonia, la Cina) continuano ad accumulare oro, Mosca deve utilizzarlo. Le due storie comunicano: istituzioni nate per governare rischi differenti stanno cominciando a prepararsi allo stesso tipo di mondo.

Riassumiamo: reti elettriche ripensate contro sabotaggi; servizi di intelligence impegnati ad accorciare i tempi dell’attribuzione; governi che ampliano i poteri contro operazioni ibride; banche centrali che redistribuiscono l’oro per renderlo più rapidamente utilizzabile. Nessuno di questi elementi, preso isolatamente, dimostra l’imminenza di una crisi sistemica. Presi insieme, però, raccontano un cambiamento del regime di aspettative, di ciò che è diventato plausibile.

Che cosa aspettarsi allora? Se l’ipotesi è corretta, sono più plausibili pressione intermittente sulle reti energetiche e digitali, nuovi incidenti sui cavi sottomarini, spoofing GPS e incursioni UAV difficili da attribuire, sabotaggi contro nodi logistici e operazioni informative sincronizzate per calcare le fratture politiche europee. Dal lato occidentale, un movimento speculare: con tempi di attribuzione più celeri, Nato e Ue tenderanno ad aggregare episodi prima trattati separatamente, crescerà la domanda di risposte che non siano solo diplomatiche o sanzionatorie.

È L’ASPETTO più scivoloso. Ripetere la stessa risposta ne diminuisce progressivamente il valore deterrente; si tende a salire di livello. Russia e Nato stanno imparando reciprocamente dove passa la soglia. Ma mentre la cercano, la stanno anche spostando. Il linguaggio della guerra e quello della crisi di sistema cominciano pericolosamente ad assomigliarsi.

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