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Netanyahu ci riprova con Trump: sull’Iran bombe, non dialogo

Netanyahu ci riprova con Trump: sull’Iran bombe, non dialogo

Politica estera

29/07/2026

da Il Manifesto

Michele Giorgio

Rituale di guerra Il premier israeliano ieri alla Casa bianca per convincere l’alleato a rinunciare alla diplomazia. Ma la sua credibilità è a picco

Benyamin Netanyahu è apparso molto soddisfatto, anzi, pericolosamente soddisfatto, al termine del primo faccia a faccia con Donald Trump dall’inizio dell’attacco israelo-americano all’Iran, svoltosi ieri alla Casa bianca. «È stato un incontro di piena collaborazione», ha detto in un video, «con sostegno reciproco, con comprensione dell’obiettivo comune che l’Iran non possieda armi nucleari, e anche su altri obiettivi». È stata, ha aggiunto, «una delle migliori conversazioni che abbia mai avuto con il nostro amico, il presidente degli Stati uniti Trump». L’incontro, ha concluso, è stato «un’opportunità per scambiare idee e anche per coordinarci su questioni importanti per la sicurezza e per il futuro di Israele».

TANTA SODDISFAZIONE andrà verificata nei prossimi giorni. Le premesse, in effetti, non erano state positive per il premier israeliano. Alla vigilia dell’incontro – che ha preceduto i riti funebri per il senatore Lindsey Graham, accanito sostenitore di Israele al Congresso – Trump ha fatto circolare dichiarazioni pungenti, volte a presentarsi libero e indipendente dall’influenza dell’alleato israeliano che lo ha trascinato in una guerra dal cui esito resta incerto. Il mese scorso, dopo il cessate il fuoco, poi fallito, tra Stati uniti e Iran e la possibilità che i due Paesi giungessero a un accordo, erano emerse differenze nette tra i due alleati e Trump le aveva rese esplicite alla sua maniera. Ciò conta fino a un certo punto di fronte agli stretti rapporti strategici tra Stati uniti e Israele e al comportamento caotico di Trump in politica estera. L’incontro di ieri si è svolto a porte chiuse, senza dichiarazioni congiunte né domande dei giornalisti. A inizio anno i due fecero lo stesso e pochi giorni dopo lanciarono insieme l’attacco all’Iran.

LA CAUTELA, perciò, è d’obbligo mentre Washington decide se proseguire il tentativo di raggiungere un accordo con Teheran oppure lanciare una nuova fase dello scontro militare. Su questo bivio il premier israeliano ha esercitato la propria capacità di persuasione, già sperimentata prima del 28 febbraio, nel tentativo di impedire che venga raggiunta un’intesa con la Repubblica islamica. Tzipi Hotovely, a capo della Direzione per la diplomazia pubblica, ieri lo ha negato, ma secondo più fonti Netanyahu ha portato alla Casa bianca un dossier dell’intelligence israeliana sui presunti sforzi dell’Iran per ricostruire le proprie capacità militari dopo gli attacchi subiti nei mesi scorsi. Il punto centrale della documentazione riguarda il sito sotterraneo fortificato di Kuh-e Kolang Gaz La (Monte Piccone), noto in Occidente come Pickaxe Mountain, nei pressi di Natanz, dove, secondo Israele, sarebbero state trasferite centrifughe, attrezzature nucleari e parte delle riserve di uranio arricchito, mettendole al riparo da eventuali nuovi bombardamenti. Per Netanyahu questa sarebbe la prova che Teheran resta in grado di avviare un programma nucleare a scopo militare. Trump, prima dell’incontro, aveva fatto sapere di non aver bisogno dell’intelligence israeliana e che gli Stati uniti sanno già tutto. Secondo Washington, esiste una probabilità pressoché equivalente che la Repubblica islamica scelga di raggiungere un accordo con gli Stati uniti oppure di resistere a una nuova escalation militare americana.

LA CREDIBILITÀ di Netanyahu a Washington, prima dell’incontro, era data in forte ribasso. Non tanto nei confronti di Trump, quanto di altri esponenti dell’Amministrazione statunitense. Non sono un mistero le critiche del vicepresidente JD Vance al premier israeliano che, ha spiegato, avrebbe trascinato gli Stati uniti in un conflitto di lungo periodo e di difficile soluzione. Né è un mistero che diversi funzionari statunitensi considerino il premier un interlocutore poco affidabile. A Washington, scrive qualcuno, vi sarebbero dubbi sulla lettura che Israele offre delle informazioni raccolte dai propri servizi segreti. Si ritiene che Tel Aviv tenda sistematicamente a interpretare ogni elemento come la conferma dell’inevitabilità di un nuovo conflitto. E secondo indiscrezioni, Trump non aveva accolto immediatamente la richiesta di Netanyahu di essere ricevuto alla Casa bianca. Il via libera sarebbe arrivato solo dopo che Israele ha approvato l’ingresso della Forza internazionale di stabilizzazione nella Striscia di Gaza, uno degli elementi chiave del piano americano in venti punti.

IL QUOTIDIANO israeliano Maariv spiegava ieri che Washington non sta evitando la nuova guerra totale con l’Iran invocata da Netanyahu. Piuttosto persegue un obiettivo ambizioso: piegare la Repubblica islamica senza distruggere l’Iran. L’idea sarebbe quella di applicare all’Iran un modello simile al Venezuela, mantenendo intatte le infrastrutture energetiche, industriali e portuali per consentire, dopo un’eventuale «transizione politica», l’integrazione dell’economia iraniana sotto il controllo occidentale attraverso investimenti Usa e dei Paesi del Golfo.

IN QUESTA prospettiva, i bombardamenti verrebbero limitati ai centri del potere politico e militare, per non ripetere gli errori commessi in Iraq e Libia. Netanyahu, invece, continua a vedere un’unica soluzione: la guerra.

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