08/05/2026
da La Notizia
Israele sta affamando Gaza, effetti devastanti su madri e bambini.Un dossier di Medici Senza Frontiere rivela che Israele sta affamando Gaza con effetti devastanti su madri e bambini
A Gaza la guerra colpisce dove la vita è più fragile: nei corpi delle donne incinte, delle madri che allattano e dei neonati. L’ultima analisi di Medici senza frontiere restituisce il volto dell’emergenza nella Striscia: una malnutrizione che l’organizzazione definisce “artificiosamente provocata da Israele” e che ha prodotto effetti devastanti sulla salute materna e infantile.
Donne e neonati travolti dalla malnutrizione: Israele sta affamando Gaza
Nelle strutture gestite o supportate da Msf, tra la fine del 2024 e l’inizio del 2026, sono stati registrati più parti prematuri, morti neonatali, aborti spontanei e interruzioni delle cure tra i bambini malnutriti. Non una calamità naturale né una crisi imprevedibile. Per Msf la causa è il blocco dei beni essenziali imposto da Israele, unito agli attacchi alle infrastrutture civili e sanitarie, agli sfollamenti e alle restrizioni all’ingresso di aiuti, cibo e acqua.
I numeri raccontano una tragedia che dovrebbe scuotere le cancellerie europee, a partire da Roma. Msf ha analizzato i dati di 201 madri di neonati ricoverati nelle terapie intensive neonatali degli ospedali Al Nasser e Al Helou. Più della metà ha sofferto di malnutrizione durante la gravidanza e una donna su quattro era ancora malnutrita al parto. Il 90% dei bambini nati da madri malnutrite è venuto alla luce prematuro, l’84% con basso peso alla nascita. In questi casi, la mortalità neonatale era doppia.
“La crisi di malnutrizione è interamente artificiale”, ha spiegato Mercè Rocaspana, referente medico di Msf per le emergenze. Prima della guerra la malnutrizione a Gaza era praticamente inesistente. Da due anni e mezzo, invece, il blocco sistematico degli aiuti e delle merci commerciali ha trasformato la fame in una condizione quotidiana.
Bambini senza cure e famiglie costrette a scegliere
Il quadro è drammatico anche per i neonati sotto i sei mesi. Tra ottobre 2024 e dicembre 2025, Msf ha ammesso 513 bambini nei programmi ambulatoriali di alimentazione terapeutica a Khan Younis. Il 91% era a rischio di ritardi nella crescita e nello sviluppo. Tra i 200 usciti dal programma a dicembre, solo il 48% era guarito, il 7% era deceduto e il 32% aveva interrotto il trattamento per insicurezza e sfollamenti.
È in questo scenario che la prudenza del governo italiano e dell’Europa in generale appare sempre più insostenibile. Roma continua a parlare di equilibrio e diplomazia. Ma di fronte a neonati prematuri, madri senza cibo, strutture sanitarie distrutte e aiuti bloccati, l’equilibrio rischia di diventare una formula vuota. Peggio: una copertura politica dell’inerzia.
Il governo Meloni ha sospeso il rinnovo automatico del memorandum militare con Tel Aviv, ma si è opposto allo stop all’accordo Ue-Israele. Una posizione ambigua, che consente di mostrarsi critici a parole senza assumere fino in fondo le conseguenze politiche di ciò che sta accadendo. Se la malnutrizione è prodotta da scelte militari e politiche, allora non basta invocare il diritto internazionale. Bisogna pretendere l’ingresso senza ostacoli di aiuti, cibo, acqua e farmaci.
La fame come parte della guerra
Msf ricorda che prima della guerra non esistevano reparti specializzati nell’alimentazione terapeutica a Gaza. I primi casi di malnutrizione infantile sono stati individuati nel gennaio 2024. Da allora a febbraio 2026, l’organizzazione ha preso in carico 4.176 bambini sotto i 15 anni, quasi tutti sotto i cinque anni, e 3.336 donne in gravidanza o allattamento.
A metà 2025, dopo la fine del cessate il fuoco di gennaio, i punti di distribuzione alimentare sono passati da circa 400 a quattro, gestiti dalla Gaza Humanitarian Foundation. Secondo Msf erano militarizzati, pericolosi e spesso quasi inaccessibili. Le famiglie sono state costrette a scegliere chi nutrire per primo, spesso sacrificando le madri nella distribuzione del poco cibo disponibile.
La fame, a Gaza, non è un effetto collaterale. È diventata parte della guerra. E finché Israele continuerà a limitare l’ingresso degli aiuti e a colpire le infrastrutture essenziali, ogni appello umanitario resterà insufficiente. L’Europa dovrebbe dirlo con chiarezza.

