03/04/2026
Remocontro
In Israele cala il consenso popolare per la guerra contro l’Iran, anche se rimane ancora alto. Il giornale di Tel Aviv, Haaretz, fruga negli scantinati della politica interna dello Stato ebraico e avanza teorie poco patriottiche sulle origini dell’attacco. Il Premier riesce a manovrare Trump come vuole e alimenta un clima di emergenza nazionale.
Patria e stanchezza
La guerra, anche quella propagandisticamente più ammantata di patriottismo, stanca. Soprattutto se le ragioni di ‘emergenza’, invocate per sostenerla e giustificarla, come la ‘sicurezza nazionale’, cominciano a sollevare dubbi. È questo il quadro che esce da una serie di analisi sulla situazione israeliana, proposta dagli specialisti di Haaretz, per spiegare le ripercussioni del conflitto contro l’Iran sul cosiddetto ‘fronte interno’. Diciamo che i capisaldi del ragionamento sviluppato dal quotidiano ‘liberal’, che da sempre si oppone alle politiche di Netanyahu, poggiano essenzialmente su tre pilastri: l’indagine sondaggistica del consenso popolare, un esame costi-benefici dei conclamati obiettivi dell’attacco e, ultime e più importante, motivazioni meno evidenti ma più ‘sospettabili’, che hanno potuto indurre la leadership israeliana a operare una scelta tanto impattante, non solo per tutta l’area di crisi considerata, ma anche e soprattutto per il resto del pianeta.
Il consenso si raffredda
«Non ci è voluto molto perché il sostegno dell’opinione pubblica israeliana alla guerra con l’Iran iniziasse a svanire – scrive Dahila Scheindlin di Haaretz – e sebbene gli israeliani si rifiutino di attribuire a Netanyahu un vantaggio nei sondaggi dovuto alla guerra, quest’ultima potrebbe ancora influenzare drasticamente le prossime elezioni». Attenzione, perché si tratta della valutazione sulla quale si regge il teorema interpretativo (che diversi commentatori giudicano convincente) sulle origini della guerra. Una scelta sicuramente troppo aggressiva, decisamente azzardata e che non si sa ancora quali risultati finali possa dare, anche alla luce della ruvida e persistente resilienza del regime teocratico persiano. Certo, all’inizio la ‘crociata’ anti-Iran di Netanyahu (e Trump) è stata accompagnata quasi da un plebiscito, con numeri che hanno dato benzina al motore dell’aggressività israeliana, facendolo andare al massimo dei giri. Ma poi, mentre i missili degli ayatollah, nonostante i devastanti bombardamenti subiti da Teheran, continuavano ad arrivare sullo Stato ebraico e in tutto il Golfo Persico, qualcosa è cambiato. Lentamente, ma progressivamente. «Alla quarta settimana di guerra – aggiunge la Scheindlin – il sostegno complessivo è calato dall’83% iniziale, al 68% di favorevoli alla continuazione del conflitto. Sempre una solida maggioranza, ma è un calo drastico di 15 punti percentuali dopo meno di un mese di combattimenti». Di sicuro è qualcosa che potrebbe diventare significativo se, come pare, il trend continuerà a rafforzarsi mano a mano che la guerra va avanti senza una ‘way out’, cioè senza un piano logico preciso, che porti a un obiettivo finale condiviso.
Tra tattica e strategia
E veniamo al secondo punto dei report-inchiesta di Haaretz, cioè l’analisi costi-benefici dell’intervento militare. La sua ‘congruità’, rispetto alle premesse, agli scopi stabiliti e alle forze impiegate. Si tratta di una riflessione fondamentale, per comprendere la “razionalità” strategica, di una scelta che sembra usare la forza (a costi spaventosi) puntando ad avere solo vittorie ‘tattiche’. Cioè successi ‘visibili subito’ e spendibili forse in termini di popolarità, ma che dal punto di vista della ‘profondità’ militare e geopolitica, non danno alcuna certezza di creare nuovi equilibri di stabilità. Anzi. Bene, questa sorta di ‘armiamoci e partite’, ordinato da Netanyahu, cioè da un politico che si regge al potere su un traballante telaio messianico-nazionalista, in Israele non ha avuto grande opposizione. Soprattutto, da chi avrebbe dovuto farla: politici di grande spessore, tutti ex super-generali di grido dell’Esercito e, inoltre, molti alti ufficiali della Riserva. Ha scritto Dmitri Shumsky su Haaretz: «I comandanti in pensione sanno che la campagna non può rovesciare gli ayatollah, né portare alla vittoria, eppure il loro silenzio contribuisce a sostenere una guerra che serve da strumento di sopravvivenza per il governo di Netanyahu. I duri colpi inferti da Israele e dagli Stati Uniti all’Iran, e in particolare gli assassinii mirati di membri della sua leadership, non solo non hanno indebolito l’Iran, ma al contrario hanno conferito al conflitto una forza teologica raddoppiata, ponendo una prova decisiva per la Rivoluzione islamica nella battaglia contro le ‘forze del male’, rappresentate dal sionismo e dalla civiltà occidentale. A questo punto – conclude Shumsky – sarebbe meglio porre fine subito a questa guerra inutile, dato che ora sta principalmente alimentando il fanatismo messianico sciita».
Il sospetto si fa largo
Nella sua analisi a tutto tondo, Shumsky lega l’assalto lungamente premeditato all’Iran da Netanyahu a una precisa strategia. Politica, strettamente politica. Non militare. Perché nella visione di un numero sempre più crescente di commentatori, l’attuale politica estera dello Stato ebraico è funzione fondamentale di quella interna. E nel caso del Premier, i problemi non sono solo legati al consenso, ma anche alle sue vicende giudiziarie, che lo vedono imputato in processi per corruzione. Si tratta di fatti che, in linea (molto) teorica, potrebbero persino portarlo in galera. Proprio su questo ‘fronte’, cioè quello politico-giudiziario Shumsky lancia le sue pesanti accuse: «Con il passare dei giorni, diventa sempre più evidente che Israele sta conducendo un’altra guerra inutile il cui unico scopo è la sopravvivenza legale e politica di un Primo ministro che deve affrontare un processo penale. La (seconda) guerra con l’Iran è la diretta continuazione della guerra di Gaza, la più lunga e sanguinosa nella storia di Israele, e la continuazione indiretta della crisi del coronavirus, che, con i suoi ripetuti lockdown, ha fornito al Primo Ministro Benjamin Netanyahu il modello perfetto per neutralizzare il potere della popolazione. Questa guerra gli permette di mantenere un costante stato di emergenza, volto a garantire la continuità del suo governo a tempo indeterminato». Insomma, ci siamo capiti. ‘Bibi’, narcisista come Donald, è uno a cui piace il potere e al quale non piacciono, invece, i giudici. Di sicuro è più intelligente di Trump e lo manovra logaritmicamente. O, almeno, a parte questo, non ci sappiamo dare altre spiegazioni plausibili, per capire le sconclusionate decisioni di politica estera che il Presidente Usa sta prendendo a raffica. Non condividiamo certo il suo cinismo, ma potremmo quantomeno comprenderlo, se vedessimo degli interessi concreti più lontani dal suo naso. Ma lui, invece sta danneggiando tutto il pianeta e l’America e, inoltre, sta distruggendo politicamente se stesso e il Grand Old Party, senza nessuna logica.
- Perchè Trump perderà le elezioni di Medio termine, affosserà i Repubblicani, tradirà i suoi ricchi finanziatori e metterà in ginocchio magnati, tycoons e finanzieri di tutte le fogge e dimensioni. Per non parlare di inflazione, mutui, scasso di bilancio federale e via massacrando. Così, per non fare arrestare Netanyahu, alla fine in galera forse ci andrà lui. Dopo che gli avranno fatto qualche forma di ‘impeachment’ i suoi stessi colleghi di partito per toglierselo dai piedi.

