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Niente deroghe, per pagare le armi serviranno tagli

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23/09/2026

da Il Manifesto

Filippo Belloc

I dati Istat Il rapporto deficit/Pil nel 2025 si ferma al 3,1%. Male. Sotto il 3% l’Italia sarebbe uscita dalla procedura per deficit eccessivo aperta da Bruxelles; sopra, ci resta

L’Istat certifica il numero che il governo aspettava con più ansia: il rapporto deficit/Pil nel 2025 si ferma al 3,1%. Male. Sotto il 3% l’Italia sarebbe uscita dalla procedura per deficit eccessivo aperta da Bruxelles; sopra, ci resta. La traiettoria promessa, conti in ordine, meno tasse e crescita, semplicemente non c’è.

Rimanere in procedura di infrazione preoccupa non poco palazzo Chigi: significa non avere le mani libere sulla spesa per il riarmo. L’Unione europea consente ai governi di scorporare dal calcolo del deficit fino all’1,5% del Pil di spesa militare aggiuntiva, ma solo per i paesi sotto la soglia del 3% di deficit. L’Italia sperava di esserlo nel 2025, ma non è così. E ora l’uscita dalla procedura non potrà avvenire prima del 2027, a ridosso delle elezioni, o forse dopo.

Considerato l’obiettivo del 5% del Pil in spese per la difesa da raggiungere entro il 2035, fissato al vertice Nato dell’Aja nel giugno 2025, si capisce il nervosismo del governo. Facciamo due conti. Oggi, l’Italia spende circa 31 miliardi di euro per la difesa in senso stretto (dati del bilancio del ministero della difesa), che diventano circa 45 miliardi se aggiungiamo le spese per la sicurezza delle telecomunicazioni e per altri corpi come Guardia costiera e Guardia di Finanza. Anche considerando questa definizione allargata, si arriva a malapena al 2% del Pil.

Calcolando per il 2035 il Pil secondo le stime tendenziali della Ragioneria generale dello Stato, l’Italia dovrà arrivare a spendere in difesa, sicurezza e riarmo, nel 2035, circa 145 miliardi su base annua. Cioè, ogni anno, da oggi al 2035, andranno trovati almeno 10 miliardi in più rispetto all’anno precedente. È una cifra enorme, la cui copertura ricadrà pericolosamente sul paese, nella forma di tagli gravissimi, dall’istruzione alla sanità (il Documento di finanza pubblica 2026 ha già «congelato» la spesa sanitaria in rapporto al Pil fino al 2029), dalle politiche per la transizione a quelle per la crescita.

La crescita, questa sconosciuta. Sempre ieri, l’Istat ha certificato che il tasso di crescita del Pil nel 2025 è stato 0,6% (Eurostat registra un dato ancora inferiore: 0,5%), molto al di sotto della media Ue (1,4%) e ben lontano dal 3,9% con cui l’esecutivo Meloni si era insediato nel 2022. Un dato che non stupisce, alla luce di quanto rilevava l’Istat a dicembre 2025 nel suo report annuale sulla produttività. Con il governo Meloni, la produttività del lavoro è crollata del 2,7% nel 2023 e di un ulteriore 1,9% nel 2024, per una perdita cumulata di oltre 4 punti percentuali in due anni (fino al governo Meloni, l’Italia aveva registrato una produttività del lavoro in crescita per cinque anni di fila).

Del resto, sul fronte delle politiche industriali il governo non ha fatto nulla. La saga di Transizione 4.0 e 5.0, nata come credito d’imposta selettivo e finita nel 2026 in un generico iper-ammortamento; i miliardi spesi in sussidi ai fossili (dal rimborso dei costi Ets ai produttori termoelettrici al taglio delle accise) che non ci hanno fatto compiere alcun passo verso la transizione e l’indipendenza energetica; il decreto “Primo maggio” sul lavoro, tutto concentrato su sgravi contributivi e detassazioni che lasciano intatta la struttura dei salari e della produzione; l’attuazione parziale del Pnrr, con centinaia di progetti in ritardo e oltre un terzo delle risorse assegnate non ancora spese.

Insomma, la politica economica del governo, fatta di austerità da un lato e regalie alle imprese dall’altro, si dimostra doppiamente fallimentare. Non è servita a riallineare il bilancio pubblico con i parametri europei, e non è servita a rilanciare la crescita.

Alla fine, il governo dei conti in ordine non riesce a farsene tornare una: anche la pressione fiscale (l’ha detto ancora l’Istat, ieri) è salita al 42,9% del Pil nel 2025, in crescita di 0,7 punti percentuali rispetto al 2024.

Quella del governo è evidentemente una parabola fallimentare. Si voleva presentare come capace di garantire stabilità e crescita si ritrova, a tre anni di distanza, con meno crescita, maggiore pressione fiscale, un deficit fuori dai parametri europei e un piano di riarmo che non riuscirà a finanziare senza massacrare il welfare. Il conto finale lo pagheremo con la prossima legge di bilancio. E, purtroppo, anche con le successive.

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