ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

No all’Europa dei populismi? Meno armi, più welfare

No all’Europa dei populismi? Meno armi, più welfare

Politica estera  

da Remocontro

Piero Orteca

Il “populismo” non è di destra, ma è un movimento anti-sistema sfruttato dalle destre. Basta leggere la sua storia per capirne le origini e le dinamiche. Anziché demonizzarlo, la sinistra dovrebbe studiarlo e dare delle risposte efficaci in termini di solidarietà e di servizi sociali a quei cittadini che si sentono trascurati dallo Stato.

L’origine storica

Lasciamo perdere la vulgata corrente, ma se parliamo di “populismo” in senso strettamente storico, allora dobbiamo rifare i nostri conti e rivedere qualche posizione, che rischia di farci perdere di vista il problema principale: cioè la crisi delle èlite dominanti. Perché di questo si tratta. Il “populismo” descritto dai sacri testi di scienze politiche, infatti, alle sue origini era un movimento (nato in Russia) che cercava di rappresentare i bisogni e gli interessi degli strati più poveri della società. Proprio contro quelle classi aristocratiche e vetero-borghesi che, invece, orientavano le sorti dell’Impero zarista. Successivamente, i blocchi politici “anti-sistema”, sostanzialmente di tipo agrario, si svilupparono in America, per poi passare in Europa. Dove le catastrofiche crisi sociali, scatenatesi dopo la Prima  guerra mondiale in diversi Paesi, ne favorirono una diffusione e una trasformazione quasi mefistofelica. In Italia e Germania in primis. E proprio il fatto che, prima il fascismo e poi il nazismo, si fossero appropriati dello scontento popolare per cavalcare l’onda lunga del populismo, ha poi conferito a quest’ultimo delle ‘stimmate’ di estrema destra che rimangono come un marchio indelebile. Anche perché dall’altra parte, da San Pietroburgo a Mosca, la Rivoluzione d’ottobre ebbe connotati completamente diversi. La prima riflessione che si può fare è che ciò che sembra un improvviso impazzimento, di equilibri elettorali che si credevano consolidati, nelle democrazie industriali contemporanee, ha in effetti origini ben più profonde. In genere, il fil rouge che lega l’ascesa dei moderni movimenti definiti (spregiativamente) “populisti” è solo un’avversione ideologicamente trasversale contro chi governa. 

Quadrare il cerchio

Gli sviluppi più recenti della politica europea, ma soprattutto gli scenari futuri, sempre più incerti e densi di inquietanti incognite, fanno pensare agli avvertimenti lanciati, in tempi non sospetti, da un insigne politologo come Ralf Dahrendorf. Egli aveva previsto, con grande lungimiranza, la crisi dei sistemi istituzionali occidentali, paventando uno stridente contrasto tra la ricerca della crescita a tutti i costi e il desiderio di mantenere una rete adeguata di sicurezza sociale. Nel suo “Quadrare il cerchio”, avverte tutti i leader politici del nuovo millennio, vaticinando un’era contrassegnata da decisioni che sarebbero state assai tormentate. In sostanza, Dahrendorf ha previsto esattamente la parabola delle democrazie industriali occidentali, e la loro incapacità, nel lungo periodo, di continuare a garantire funzionali sistemi di welfare alle loro popolazioni. Perché? Il motivo è semplice ed è prima di tutto contabile. La ricerca del consenso rende la spesa pubblica difficilmente comprimibile, è vero. Però, specie con la globalizzazione, oltre una certa soglia il debito pubblico diventa ingestibile, perché si autoalimenta. Dunque, prima o dopo occorre tagliare da qualche parte. O ricominciare ad aumentare le tasse. In ogni caso, per gli elettori si tratta di una dichiarazione di guerra, perché il danno arriva subito e i benefici (forse) tra qualche anno. Per cui, nel fare una politica di questo genere, chi è al potere ha tutto da perdere. E, infatti, anziché “quadrare il cerchio”, si limita a farlo rotolare, sperando che nel frattempo la congiuntura e la buona stella elettorale diano una mano. In caso contrario, tutti i governi possono cominciare ad allacciare le cinture di sicurezza.

L’Europa malata

Prendiamo il caso, per fare un esempio probante, di tre grandi Paesi del Vecchio continente, che nel medio-lungo periodo rischiano di cadere nelle mani di esecutivi “populisti”. Se parliamo di Francia, Germania e Regno Unito qualcuno salterà dalla sedia. Ma la mappa (disaggregata) delle attuali “intenzioni di voto”, non è che allarghi il cuore alla speranza di coloro che amano la “tranquillità democratica” europea, anche se tutta rattoppata e piena di vistose ammaccature. Parigi e Londra hanno sanguinosi problemi di bilancio pubblico e si sono azzardate a sfiorare l’argomento (tabù) delle pensioni. In più, escono scosse dalle  guerre commerciali di Trump (dazi doganali) e da quelle missilistiche (Iran, blocco di Hormuz). Siccome piove sul bagnato, non citiamo nemmeno più la guerra in Ucraina e le sue ripercussioni, prima sui carburanti e poi sul Circo Barnum delle spese militari. E proprio quest’ultimo doloroso capitolo, rischia di azzoppare definitivamente il Cancelliere tedesco Friedrich Merz. Il quale, evidentemente, vive sotto una campana di vetro, in piena dissonanza cognitiva e non si è accorto che i primi 100 miliardi di euro destinati da Grosse Deutschland al riarmo stanno andando di traverso alla maggior parte della popolazione. Pure Berlino ha un problema di pensioni, ma lo tiene sotto traccia. Anche perché Merz, per comprare cannoni e bombarde, ha avuto la faccia tosta di far cambiare la Costituzione e adesso, infischiandosene di Weimar e della sua inflazione, può fare tutti i debiti che vuole. L’unico problema, che può diventare una sfida politicamente mortale, però è che mentre lui compra missili i “populisti” di “AfD” (una destra “doc”, come garantiscono i tanti ascendenti che sfilavano prima con l’elmo col chiodo e poi con le croci di ferro) cresce e si moltiplica. Specie nei Laender orientali.

Conclusioni

  • In Francia, una già condannata Marine Le Pen, in tandem con Bardella, potrebbe portare l’anno prossimo l’ex famigerato Fronte National fino all’Eliseo. Nel Regno Unito, i laburisti, pur avendo una maggioranza di ferro a Westminster, sono stati obbligati a dare il benservito a Sir Keir Starmer, dopo le rovinose elezioni municipali inglesi e nazionali in Scozia e Galles. Non è stata solo una legnata storica a convincerli a cambiare cavallo, sostituendolo con Andy Burnham. Ma una spinta formidabile è venuta anche dal boom dei “Reformers”, i populisti inglesi di Nigel Farage. A Berlino, per aggiustare le cose ci vorrebbe invece un Cancelliere di spessore, e non un grigio burocrate come Merz, che è un personaggio senza il carisma e l’appeal internazionale di Angela Merkel, Helmut Kohl o Helmut Schmidt. Con lui al potere, alle prossime elezioni AfD rischia di far diventare la Germania una sponda “Maga” europea per Trump. 
share