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Non è un film, Naza è un atto d’accusa

Non è un film, Naza è un atto d’accusa

Editoriali

27/10/2026

da La Notizia

Vincenzo Musacchio*

Il cinema d’inchiesta non può più affidarsi al lusso della memoria a posteriori: oggi ha il dovere politico e morale di raccontare la carneficina mentre è ancora in corso.

Con la presentazione e i riconoscimenti tributati al film-documentario Naza, diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, il cinema strappa il velo dell’ipocrisia e riafferma la sua funzione più immediata: portare la realtà davanti all’opinione pubblica e abbattere i muri dell’omertà istituzionale e sociale. Naza non è un semplice esercizio di stile, né una fredda rassegna di macerie e drammi umani.

Non è un film, Naza è un atto d’accusa

Attraverso testimonianze dirette, racconti raccolti in incognito e filmati girati dai residenti sotto le bombe, l’opera penetra i meccanismi del potere, smonta la macchina della propaganda e mostra il crollo degli argini etici nei contesti di guerra. Offre così una chiave di lettura incisiva della violenza strutturale e del controllo capillare dell’informazione. Da questa prospettiva emergono tre dinamiche fondamentali. La prima è la progressiva normalizzazione dell’orrore: la violenza prolungata e la propaganda di Stato mirano a desensibilizzare le coscienze, fino a rendere quotidiano e accettabile ciò che dovrebbe suscitare sdegno e indignazione. Naza interrompe questo processo con un cortocircuito etico, scuote il pubblico dalla propria apatia e trasforma le prove visive e le testimonianze dirette in un richiamo morale impossibile da ignorare.

La seconda riguarda il valore delle fonti. Dal punto di vista criminologico, il coraggio di dare voce a testimoni e persone interne ai contesti narrati sottrae i fatti alle distorsioni dei bollettini ufficiali. Di fronte alle immagini raccolte sul campo, i proclami politici e la propaganda di regime perdono credibilità. La terza dinamica è la repressione del dissenso. La dura reazione delle autorità israeliane — dalle accuse di «tradimento» alle richieste di ritorsioni civili e alle minacce di revocare la cittadinanza ai registi — riflette un meccanismo ricorrente nei sistemi autoritari: criminalizzare chi denuncia i reati e le responsabilità del potere.

Quando la ricerca della verità e il dissenso sono trattati come crimini, la retorica democratica s’incrina e lascia emergere il volto repressivo del sistema. Naza non è soltanto un film: è un atto d’accusa. Le sale gremite e la commozione degli spettatori non esprimono solo partecipazione emotiva, ma rivelano un’urgenza collettiva: il bisogno di una verità libera dalla censura. Quando uno Stato e le forze che lo sostengono oltrepassano ogni limite normativo e calpestano la dignità umana, il giornalismo, l’arte e la ricerca della giustizia restano presìdi indispensabili. In un mondo anestetizzato, il silenzio non è più neutralità: è connivenza, è complicità.

*Vincenzo Musacchio, professore di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS), Rutgers University of Newark (USA).

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