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Non è un videogioco ricorrente ma l’inganno della guerra

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06/03/2026

da Il manifesto

Giuliana Sgrena

La «serie» del Golfo Meloni ’scorda’ che hanno iniziato Netanyahu e Trump e rassicura: noi fuori dal conflitto, ma i jet Usa partono già da Sigonella. Per i curdi una storia di promesse e inganni

I missili e i droni che solcano i cieli sul nostro teleschermo sganciando bombe sull’Iran e quelli iraniani sui paesi del Golfo non provocano nei telespettatori la stessa percezione delle guerre con carri armati e trincee ricordo del Novecento con strascico in Ucraina. Sembra quasi un videogioco, solo così forse si può spiegare la mancanza di reazione a una guerra devastante come tutte le altre se non più di tutte le altre. Per ora l’unico impatto sembra quello dei costi percepiti alla pompa di benzina.

In Italia non è solo la popolazione a sottovalutare la nuova guerra che sta devastando il Medio Oriente, il governo balbetta, condanna la reazione iraniana fingendo di ignorare che a iniziare la guerra sono stati Netanyahu e Trump. Comunque, Meloni rassicura sostenendo che l’Italia non entrerà in guerra quando aerei da ricognizione Usa partono già da Sigonella.

La storia si ripete, non si impara mai dagli errori delle guerre passate, dai fallimenti ovunque l’occidente è intervenuto militarmente – Somalia, Afghanistan, Iraq, Libia solo per citare i casi più eclatanti. Solo il premier britannico ha citato l’errore della guerra in Iraq e soprattutto Sanchez, il premier spagnolo che ha preso una posizione netta contro la guerra, ricordando il nefasto trio delle Azzorre (Bush, Blair e Aznar) che diede il via alla seconda guerra del Golfo, quando la destra era al potere in Spagna.

Non si sono ancora seppelliti i morti provocati dal genocidio di Gaza, che continua, e l’Ucraina è entrata nel quinto anno di guerra con la Russia, che una nuova guerra cancella dagli schermi le precedenti.

Trump attacca l’Iran, sostenendo che «la bella America» è minacciata dai gruppi terroristici, ma Isis e al Qaeda sono di matrice sunnita, quindi non dovrebbe colpire l’Iran, come del resto gli attentatori delle Torri Gemelle erano sauditi ma Bush ha invaso l’Afghanistan. Sono proprio questi interventi occidentali fallimentari a favorire l’estendersi di gruppi terroristici come l’Isis, o Daesh in Iraq e in Siria. Per combattere l’Isis in Siria gli Usa si sono avvalsi dei combattenti delle Forze democratiche siriane, per la maggior parte curde. Portato a termine il compito contro l’Isis però, sebbene il pericolo non fosse stato del tutto eliminato, i curdi sono stati abbandonati dagli Usa. L’ennesimo tradimento subito. Ora si parla di un possibile arruolamento dei curdi iracheni per combattere il regime degli ayatollah insieme ai curdi iraniani, forse approfittando delle tensioni tra il governo di Erbil (peraltro colpito dall’Iran) e Baghdad, soprattutto sulla gestione delle risorse petrolifere. La mossa della Cia, secondo la Cnn, appare per ora azzardata. Il fondatore dell’Unione patriottica del Kurdistan Jalal Talabani, durante la repressione del regime di Saddam, si rifugiava oltre la frontiera iraniana.

L’invito di Trump alla popolazione iraniana a ribellarsi agli ayatollah ci riporta al passato quando, dopo la prima guerra del Golfo (1991), Stati uniti, Gran Bretagna e Francia avevano costituito delle no-fly zone una a nord dell’Iraq che avrebbe dovuto proteggere i curdi e l’altra a sud per gli sciiti. Un invito all’insurrezione delle due componenti represse da Saddam Hussein, ancora al potere. Avevo seguito la sorte dei curdi che, insorti, illusi dalle promesse occidentali, erano stati costretti a fuggire dalla repressione di Saddam sulle montagne al confine con la Turchia, ma i turchi non li facevano entrare. Erano accampati sulle cime esposti alle intemperie, era l’inizio di maggio e vi era ancora la neve, senza né protezione, né viveri, né vestiti.

Elicotteri americani gettavano vestiti, che si spargevano tra quel che restava di alberi tagliati per accendere un fuoco, ma la legna verde non bruciava e faceva solo fumo. In quell’inferno si era diffuso anche il colera.

Ora è tutta la popolazione iraniana vittima delle lusinghe di Trump e di Netanyahu che hanno bombardato il paese non certo per aiutare la rivoluzione iniziata dalle donne nel 2022. Una ribellione contro l’imposizione del velo scoppiata dopo la morte in carcere di Mahsa Amini, una donna curda arrestata perché non lo portava correttamente. La rivolta contro il regime si è poi allargata a tutta la popolazione diventando una vera rivoluzione – che per la prima volta rappresenta tutte le etnie del paese – contro la teocrazia, soffocata nel sangue dal regime. I bombardamenti non aiuteranno sicuramente la rivoluzione sulla quale pesa la repressione ma anche la mancanza di una leadership alternativa al regime.

Sarà proprio il movimento “Donna, vita, libertà”, la prima vittima dei bombardamenti. Anche se è comprensibile che ci sia stato chi ha festeggiato per la morte di Alì Khamenei, ricordo che anche le donne afghane avevano esultato per la cacciata dei taleban tranne poi ritrovarseli al potere dopo vent’anni. E in Iraq c’era chi era contento della caduta di Saddam, ma non di come era avvenuto.

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