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Nuovi avamposti ovunque, così Israele mangia altra Palestina

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Politica estera

28/03/2026

da Il manifesto

Eliana Riva 

Terra rimossa Costruite 32 postazioni militari lungo la «linea gialla» a Gaza. In Cisgiordania le colonie superano il «limite»: arrivano in Area A, dove la stessa legge israeliana vieta ai propri cittadini di entrare. In West Bank dal 7 ottobre 76 comunità palestinesi espulse e 152 nuovi outpost

Non esiste nulla che distragga il governo guidato da Benyamin Netanyahu da quello che pare essere il suo principale obiettivo: l’occupazione. Neanche la guerra su più fronti né le contingenze economiche cambiano l’ordine delle priorità a Tel Aviv, dove i leader più estremisti dei coloni occupano posizioni ministeriali di primo piano e producono leggi suprematiste a getto continuo.

Nella Striscia di Gaza, occupata per più della metà dall’esercito israeliano, i soldati continuano a prendere terra e a costruire avamposti. In un’inchiesta, il quotidiano israeliano Haaretz ha sovrapposto documenti prodotti dall’esercito all’inizio del cessate il fuoco con le immagini satellitari di Planet Labs.

Le foto dimostrano la presenza di 32 outpost militari, aree di occupazione permanente provviste di elettricità e servizi, sottoposte a lavori infrastrutturali. Almeno sette di questi nuovi avamposti sono stati costruiti dopo il cessate il fuoco, cominciato a ottobre. In cinque aree il terreno è stato appianato e poi asfaltato, in previsione di attività prolungate e di movimenti continui di mezzi pesanti.

PER LA MAGGIOR PARTE sorgono su zone agricole; alcuni nei pressi di grandi strutture sfollate e semidistrutte, come ospedali. Almeno due avamposti militari sono stati costruiti sui siti che ospitavano moschee. Uno sorge su un cimitero distrutto. Inoltre, è stata eretta una barriera di terra lungo quasi tutta la «linea gialla», il confine dell’occupazione israeliana, diventato negli ultimi cinque mesi linea di fuoco attiva.

Secondo le Nazioni unite sono circa 224 le persone uccise nei pressi della linea, dove l’esercito usa bombe, droni, artiglieria e armi da fuoco contro chiunque si avvicini. Molte delle vittime sono donne e bambini. La «linea gialla» non ha mai smesso di muoversi: si insinua dentro Gaza, prende terra, manda via con gli spari i palestinesi che ci vivono, risucchia in sé servizi essenziali come risorse idriche e siti sanitari.

Tre mesi fa circa il capo di stato maggiore, Eyal Zamir, ha dichiarato unilateralmente e fuori dal diritto internazionale che «la linea gialla è il nuovo confine». D’altro canto, il cosiddetto «piano di pace» del presidente degli Stati uniti, Donald Trump, si è mantenuto estremamente vago sulla questione.

L’ultima proposta presentata dal «Board of Peace» lega in maniera indissolubile il ritiro – così come la ricostruzione – al completamento totale del disarmo di Hamas. Ai gruppi palestinesi è stato consegnato un programma che descrive le cinque fasi temporali, per un totale di otto mesi, durante le quali portare a termine il disarmo e lo smantellamento di tutte le strutture militari.

NON SOLO A GAZA, ma anche in Cisgiordania l’occupazione avanza spedita, con le vele gonfiate dagli enormi finanziamenti concessi alle colonie e alle infrastrutture nel territorio palestinese occupato. L’esecutivo ha infatti stanziato altri 50 milioni di shekel (12,6 milioni di euro) per gli avamposti illegali istituiti dalle frange più estremiste dei coloni. Queste risorse provengono dai cosiddetti «fondi di coalizione», una riserva di capitali discrezionali che i partiti di maggioranza si spartiscono per finanziare le proprie priorità politiche a margine del bilancio statale, sottraendosi a criteri di ripartizione trasparenti o predefiniti.

Il finanziamento servirà all’acquisto di infrastrutture, dispositivi militari e mezzi per gli insediamenti non riconosciuti dallo stesso Israele e gestiti dai coloni estremisti, responsabili di violenze sistematiche contro la popolazione palestinese. Nei tre anni dalla sua nascita, il governo Netanyahu ha stanziato 19,3 miliardi di shekel (circa 5,32 miliardi di euro) per le colonie illegali della Cisgiordania occupata.

E la pulizia etnica avanza non solo nell’area C del territorio palestinese, sotto controllo totale israeliano, ma anche nell’area B, sotto controllo civile dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), e persino, più di recente, nelle zone A, in teoria a totale controllo dell’Anp.

Secondo un’inchiesta di +972 Magazine, dal 7 ottobre 2023 i coloni illegali hanno espulso 76 comunità palestinesi e stabilito 152 nuovi avamposti, distribuiti in modo tale da formare, insieme alle colonie già esistenti, un lungo corridoio che separa totalmente la Cisgiordania. Ventidue di questi outpost sono stati costruiti nell’area B. E quattro, solo nella notte tra giovedì e venerdì, nell’area A – dove la legge israeliana vieta ai suoi cittadini di entrare – in quella che l’ong israeliana Kerem Navot ha definito «una mossa senza precedenti».

GLI AVAMPOSTI rappresentano l’ossatura primordiale di ogni insediamento e, quando i coloni iniziano i furti di bestiame e le minacce alla popolazione, compare l’esercito ad arrestare i palestinesi e poi un tribunale che dichiara l’area «zona militare chiusa». Motivo per cui agli abitanti viene ordinato lo sgombero, mentre i coloni proliferano.

Insieme agli attacchi procedono di pari passo anche le leggi emanate da Tel Aviv, come il «piano di sovranità» voluto dal ministro delle finanze Bezalel Smotrich, il quale ha dichiarato di voler annettere alla totale sovranità israeliana «il massimo territorio e il minimo della popolazione palestinese». Nel giro delle ultime 48 ore un’altra persona è stata uccisa da un colono in Cisgiordania e altri due palestinesi sono stati uccisi dai militari nella Gerusalemme est occupata.

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