09/07/2026
da Il Manifesto
Sturm und Trump Teheran bersaglia tre navi fuori dalla rotta imposta, Washington ordina bombardamenti, Teheran colpisce gli alleati Usa nel Golfo

«Penso che sia finito». Bastano queste parole del presidente americano, pronunciate a margine del vertice Nato ad Ankara, a certificare la fine del memorandum d’intesa firmato con l’Iran e la ripresa delle ostilità. Mentre scriviamo, secondo i media americani, gli Stati Uniti stanno decidendo la forma e la portata della prossima ondata di attacchi contro l’Iran. Ad Ankara la diplomazia lascia il posto alla retorica, mentre nel Golfo Persico la tregua si sgretola. Il punto di rottura è lo Stretto di Hormuz, dove passa circa un quinto del petrolio mondiale: nelle ultime 48 ore tre navi commerciali sono state colpite nelle acque territoriali dell’Oman, tra cui la petroliera qatariota al-Rakiyat, carica di gas naturale liquefatto, e la saudita Wedyan. Teheran nega responsabilità dirette, ipotizzando che le navi fossero entrate in aree dove erano in corso operazioni di sminamento, o che avessero ignorato le rotte “sicure” imposte dall’Iran per controllare il transito.
TRUMP NON SI ACCONTENTA di seppellire l’accordo. Alla leadership di Teheran riserva gli epiteti di «feccia», «gente malata», «person» malvagie, violente e viziose”. Poi suona la tamburo di guerra: «Stasera li colpiremo duramente». Il summit si trasforma in una piazza per i rancori: Trump rimprovera agli europei di non aver sostenuto gli Stati Uniti contro Teheran, che chiama «il primo sponsor statale del terrore». Arriva l’inevitabile apprezzamento del segretario generale della Nato, Mark Rutte: «La decisione del presidente americano di effettuare questi attacchi è la cosa assolutamente giusta da fare». Il presidente turco Erdogan, invece, come se non prendesse in considerazione ciò che ha detto Trump, esprime la speranza che il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran contribuisca a portare la pace nella regione.
Ali Akbar Velayati, consigliere della Guida Suprema iraniana, accusa gli Stati Uniti della ripresa delle ostilità nella regione del Golfo. Velayati scrive che l’«ammissione verbale» di Trump di aver annullato il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran ha ancora una volta «spinto la regione verso il fuoco». Il consigliere ha inoltre affermato che l’Iran ha «il dito sul grilletto» e non resterà «in silenzio di fronte all’umiliazione e all’avventurismo».
LA CRONACA DEL CONFLITTO è il rituale “colpo su colpo”. Il Comando Centrale americano lancia oltre ottanta attacchi aerei contro il sud dell’Iran. Le bombe cadono sull’isola strategica di Qeshm, sulla città portuale di Bandar Abbas, su Sirik, dove i media locali parlano di moli commerciali distrutti e civili feriti. L’obiettivo dichiarato, come sempre, è degradare le capacità missilistiche iraniane e i radar costieri; nel bilancio, oltre sessanta piccole imbarcazioni dei Guardiani della Rivoluzione affondate.
IL PRESIDENTE del parlamento iraniano Mohammad Ghalibaf afferma che «l’era del bullismo e dell’estorsione è finita» e che tali metodi non porteranno a nulla. La rappresaglia di Teheran non si fa attendere: il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione rivendica ottantacinque attacchi contro basi statunitensi in Bahrain e Kuwait, con le sirene che suonano in tutta la regione. Il Bahrain dichiara di aver sventato gli attacchi, il Kuwait di aver intercettato missili balistici e droni senza danni né vittime – ma la tensione resta al parossismo. Il petrolio Brent schizza a poco meno di 80 dollari al barile, mentre circa seimila marittimi restano ancora intrappolati a bordo delle navi nello Stretto, impossibilitati a lasciare il Golfo in sicurezza.
WASHINGTON REVOCA le esenzioni sulle sanzioni petrolifere accordate all’Iran nel memorandum. Scatta subito il divieto di nuove transazioni relative a prodotti petroliferi, incluse le operazioni di acquisto e di carico: un colpo diretto all’economia iraniana, già piegata da un’inflazione alimentare oltre il 134% e da una moneta locale in caduta libera che ha eroso il potere d’acquisto di milioni di persone. Il ministro degli esteri Abbas Araghchi accusa gli Usa di aver reso «inefficace» l’accordo di pace, e avverte: niente negoziati finché durano le minacce. Il presidente Masoud Pezeshkian accusa gli Stati Uniti di seguire un modello di comportamento basato sul «piegare le regole, intimidire gli avversari, creare ostacoli e imbrogliare». E scrive esplicitamente: «Questo è il loro manuale Maga. L’Iran respinge tali giochi. Noi difendiamo fermamente i nostri diritti».
MENTRE I MISSILI squarciano il cielo del sud, il cuore religioso e politico del mondo sciita guarda altrove. A Najaf e in seguito a Karbala, in Iraq, si celebrano i funerali di Stato dell’ayatollah Ali Khamenei, la Guida suprema assassinata il 28 febbraio scorso in un raid congiunto di Israele e Stati Uniti. Dopo le processioni oceaniche di Teheran e Qom, il feretro arriva al santuario dell’imam Ali – il terzo luogo più sacro dell’Islam sciita – e in seguito al santuario dell’imam Hussein, nella città di Karbala. Le autorità irachene dichiarano il mercoledì festa nazionale; centinaia di migliaia di fedeli, forse milioni, riempiono le strade. Accanto al presidente Pezeshkian, il figlio maggiore del leader defunto, Mostafa Khamenei – un’immagine che vuole sottolineare il legame indissolubile tra le due nazioni.
IL FERETRO DELL’UOMO che ha guidato l’Iran per 36 anni rientra per essere sepolto a Mashhad il 9 luglio, mentre l’accordo di pace che avrebbe dovuto consolidarne il lascito viene già calpestato dai nuovi bombardamenti. Da Ankara, Trump chiarisce di non considerare la tregua vincolante durante il lutto iraniano. Il futuro della regione resta sospeso tra il pianto dei funerali e le fiamme che continuano a divampare sullo Stretto di Hormuz.

