18/03/2026
da La Notizia
Il 16 marzo 2026, nell’area al-Mawasi di Khan Younis, un muro dell’edificio distrutto dell’Al-Ribat è crollato sui tendoni di famiglie sfollate.
L’ospedale Nasser ha identificato i morti: Intisar Abu Dan, 65 anni; Tasneem Barbakh, 19 anni, incinta; Husni Abu Taha, 5 anni. Nessun soldato aveva sparato. Il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 era formalmente in vigore.
Le Nazioni Unite stimano che l’occupazione militare israeliana abbia prodotto 61 milioni di tonnellate di macerie nella Striscia. Dall’ottobre 2023 le forze israeliane hanno distrutto o danneggiato oltre l’ottanta per cento delle infrastrutture civili. I materiali da costruzione restano bloccati agli ingressi: Israele subordina ogni autorizzazione all’approvazione militare. L’Unrwa segnala che 117 proprie strutture restano nella zona militarizzata, con accesso subordinato a coordinamento militare israeliano.
Il rapporto dell’Alto Commissariato Onu per i diritti umani del 19 febbraio 2026 contiene una formula precisa: le condizioni imposte ai palestinesi a Gaza sono «sempre più incompatibili con la loro esistenza continuata nella Striscia come gruppo». Non è una metafora. È la soglia giuridica che distingue la distruzione materiale dalla sua intenzionalità. Nessun piano di rimozione delle macerie è autorizzato da ottobre 2025.
Le macerie non sparano. Crollano quando il vento soffia, quando una donna incinta di diciannove anni dorme in un tendone a tre metri da un muro che nessuno ha potuto rimuovere. Da ottobre 2025 AP documenta dodici casi analoghi con morti. Il cessate il fuoco non ha interrotto questa sequenza: l’ha ereditata.
L’Alto Commissario Volker Türk ha dichiarato: «L’impunità non è astratta: uccide». L’ospedale Nasser di Khan Younis ha registrato i tre nomi. I materiali da costruzione restano fuori.
Per questo tutti gli occhi devono essere puntati su Gaza

