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Occhi su Gaza, diario di bordo #245

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08/07/2026

da La Notizia

Giulio Cavalli

L’avvocato entrato il 2 luglio nella sezione sotterranea di Rakevet non ha riconosciuto il suo assistito.

Nasser Odeh, legale di Physicians for Human Rights Israel, Hussam Abu Safiya lo aveva già incontrato altre volte. Stavolta si è trovato davanti un uomo ammanettato a mani e piedi, scortato da agenti incappucciati, con ferite fresche su testa, volto e collo, il respiro corto, incapace di reggersi seduto. «Questa è l’ultima volta che mi vedrai», gli ha detto il medico. «Mi hanno portato qui per uccidermi».

Abu Safiya, 52 anni, pediatra, dirigeva il Kamal Adwan, l’ultimo grande ospedale ancora attivo nel nord di Gaza. Lo arrestarono il 27 dicembre 2024, al termine dell’assalto israeliano alla struttura. L’ultima immagine da uomo libero, il camice bianco tra le macerie davanti a un carro armato, ha fatto il giro del mondo. Da allora sono passati diciotto mesi. Nessuna accusa formale, nessun processo, la detenzione rinnovata sotto la legge sui «combattenti illegali», che consente la reclusione a tempo indeterminato. Ha perso circa 40 chili. Il 24 giugno il trasferimento a Rakevet.

Il 6 luglio il Gruppo di lavoro ONU sulla detenzione arbitraria, cinque esperti indipendenti a Ginevra, ha definito arbitraria la sua detenzione e ha avvertito che il caso può indicare una pratica diffusa o sistematica nel Paese. Israele, scrive il gruppo, non ha mai risposto alla richiesta di chiarire i fondamenti giuridici del fermo. Lo stesso giorno Amnesty International chiede il rilascio immediato e inquadra la detenzione dei sanitari come parte del genocidio in corso a Gaza.

Il servizio penitenziario israeliano replica che le accuse sono “false e del tutto prive di fondamento fattuale” e che ogni detenuto è trattato secondo la legge. Secondo la legge, l’unica certezza è un corpo che il suo avvocato non riconosce più.

Per questo che  tutti gli occhi devono essere puntati su Gaza.

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