22/08/2026
da La Notizia
Costruire in E1 significa tagliare in due la Cisgiordania.
È la fascia di dodici chilometri quadrati fra Gerusalemme e la colonia di Ma'ale Adumim, e chi la riempie di case separa il nord palestinese dal sud. Martedì 18 agosto il ministero israeliano delle Costruzioni ha aperto la gara per 1.234 alloggi, parte dei 3.401 approvati un anno fa, con offerte che si chiudono il 19 ottobre, otto giorni prima delle elezioni israeliane.
Due giorni dopo i leader di Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Norvegia e Canada hanno firmato una dichiarazione che sta sul sito di Palazzo Chigi e che definisce "inaccettabile" la decisione israeliana, perché "il diritto internazionale è chiaro: gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono illegali". Poi il documento passa alle conseguenze e le indirizza alle imprese edili: meglio non presentarsi alle gare, per il rischio di concorrere a gravi violazioni di quel diritto.
Quel diritto però obbliga prima di tutto chi ha firmato, perché il 19 luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia ha stabilito che ogni Stato deve astenersi dal riconoscere come legittima la situazione creata dalla presenza israeliana nel territorio palestinese occupato e dal prestarle aiuto. Nella dichiarazione dei sette l'unica misura che compare riguarda i costruttori privati. La stessa raccomandazione alle imprese stava già sul sito del governo il 22 maggio. In mezzo c'è il bando.
Intanto Wael Naouar, del comitato direttivo della Global Sumud Flotilla, è al sesto mese di carcere in Tunisia, dove dal 16 agosto è in sciopero della fame. Alla richiesta dei sette di ritirare i piani il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha risposto rivendicando il diritto storico del popolo ebraico sulla Terra d'Israele, come riferisce l'Associated Press, "compresa l'area in questione".
Per questo tutti gli occhi devono essere puntati su Gaza

