11/01/2026
da Il Manifesto
Made in Iran Tredicesimo giorno di mobilitazione, coinvolte oltre cento città. Khamenei: pagati dagli Usa. E sceglie di nuovo la repressione
Nonostante le preoccupazioni per una dura repressione e le drammatiche esperienze del passato, molti iraniani sono tornati in piazza per proteste antigovernative per la tredicesima notte consecutiva in molte città. Secondo due organizzazioni di diritti umani all’estero oltre 60 manifestanti sono stati uccisi e centinaia arrestati dall’inizio delle manifestazioni. Il paese è sottoposto a un blackout quasi totale di internet da giovedì sera: ciò rende difficile verificare le informazioni. Il sindaco di Teheran, Alireza Zakani, ha dichiarato ieri che i manifestanti hanno provocato danni per oltre venti milioni di dollari alle strutture pubbliche.
SEMBRA ORMAI evidente che, al potere teocratico iraniano, i soli mezzi coercitivi non bastino più per sedare le proteste e garantire la propria sopravvivenza. La perdita del proprio “diritto” a governare agli occhi dei cittadini ha trasformato lo Stato in un ingranaggio meccanico privo di anima, che si logora lentamente dall’interno, anche se può durare per anni. Ali Khamenei, leader del paese, ha definito i manifestanti «rivoltosi» agli ordini di Stati uniti e Israele. La tv di Stato ha lanciato avvertimenti ai genitori, intimando loro di tenere i figli in casa: «Se un proiettile viene sparato e succede loro qualcosa, non lamentatevi». Le forze di sicurezza, incluse milizie in borghese, sono schierate negli angoli delle città.
«Il susseguirsi di ondate di proteste, sistematicamente arginate dalla forza, da palliativi economici o da promesse di apertura mai pienamente realizzate, ha svuotato il governo di ogni residuo di credibilità – ci dice Afsaneh A., ricercatrice, ambientalista e attivista (il cognome è coperto per motivi di sicurezza) – Così, per ottenere l’obbedienza, il potere ha dovuto impiegare pressioni sempre maggiori, alimentando isolamento economico e malcontento della gente».
Dalle grida di piazza, questa volta, si sentono anche slogan a favore dell’ex monarchia e di Reza Pahlavi, principe ereditario in esilio. Pahlavi ha lanciato il suo appello, invitando gli iraniani a scendere in piazza, alcuni giorni dopo l’inizio dei tumulti al Bazar di Teheran.
IN 46 ANNI di dominio, la Repubblica islamica ha soffocato la nascita di un leader e di una vera opposizione interna. Centinaia di rimarchevoli attivisti politici, poco conosciuti al grande pubblico, sono stati giustiziati o rinchiusi nelle carceri iraniane. Sebbene in lunghi anni di esilio negli Stati uniti Pahlavi non abbia mostrato una particolare capacità di leadership o organizzativa, la sua notorietà è cresciuta negli ultimi anni grazie alla nostalgia per l’Iran pre-rivoluzionario, alla sua promozione da parte di media in lingua persiana come Iran International e alle segnalazioni di campagne informatiche che lo presentano come il “leader” dell’opposizione iraniana. Pahlavi è inoltre molto vicino al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che recentemente lo ha indicato come figura guida per la transizione del paese.
«Il cambiamento autentico implica una mutazione nella natura stessa del controllo: passare da uno schema che soffoca il dissenso a uno che garantisce le libertà fondamentali – continua Afsaneh – Credo che sia inevitabile ormai nel nostro paese; si tratta di capire come ciò avverrà. Non sono affatto sicura che Pahlavi possa garantire la dialettica tra varie anime e fazioni del nostro paese dopo 45 anni di assenza. Il suo richiamo nella piazza deriva dalla mancanza di una leadership riconosciuta che dia direzione, senso e coesione alla protesta, per farla diventare un progetto politico. La rabbia e la disperazione popolare sono diventate tali che si fa di tutto per colpire il potere teocratico, ora elogiando Pahlavi, Israele e anche gli Stati uniti».
La Fondazione Narges Mohammadi, premio Nobel, detenuta in carcere in Iran, in un messaggio denuncia la continua repressione nelle strade dell’Iran e afferma che sostenere le persone che protestano è un dovere umano e morale, e ritiene che la via d’uscita dalla crisi sia una transizione pacifica verso la democrazia e la garanzia dei diritti umani.
«SI RITIENE che la via meno dolorosa sotto il profilo della razionalità politica sia un accordo sulle regole del gioco per una fase di scambio – conclude Afsaneh – Certo, non una riconciliazione ma un calcolo pragmatico dove le parti comprendono che lo scontro totale sarebbe più oneroso di una concessione reciproca. Attraverso garanzie minime, come la fine della brutalità nelle piazze, la liberazione dei detenuti d’opinione e un percorso verso la consultazione popolare, si punta a preservare la funzionalità dello Stato evitando il bagno di sangue».

