Riad parla di un attacco sventato al luogo sacro dell’Islam sunnita. La milizia filo-iraniana degli Houthi nega l’azione. Gli effetti collaterali della guerra all’Iran stanno destabilizzando tutta la regione e, in modo particolare, la Penisola arabica. Riemergono conflitti che potrebbero coinvolgerci, perché in ballo ci sono anche le vene giugulari del commercio energetico mondiale.
Verso una guerra di religione?
Si mette male, molto male anche nello Yemen, la cui posizione strategica è in grado di influenzare pesantemente la navigazione nel Mar Rosso, da e verso il Canale di Suez. Gli Houthi, miliziani sciiti sponsorizzati dall’Iran, sembrano infatti scatenati. I loro improvvisi raid missilistici, fatti anche con l’uso di droni ‘Made in Teheran’, stanno allargando il fronte di guerra, prendendo di mira l’Arabia Saudita. E qui il discorso si fa, nel contempo, complesso e delicato. Gli Houthi sono arrivati a minacciare, il cuore religioso dell’Islam sunnita, cioè la città santa della Mecca. Un vero salto di qualità nell’escalation del confronto, per certi versi sconvolgente, perché porta lo scontro da un terreno politico e nazionale (ma sarebbe meglio dire tribale), a un livello squisitamente religioso. Il più devastante: sciiti contro sunniti. Con l’Iran, sullo sfondo, che vuole appropriarsi del monopolio della lotta contro l’Occidente corrotto e post-colonialista. Accusando, nello stesso tempo, i vertici dei regimi arabi moderati (sunniti) di “collusione con il nemico” (israeliano, americano ed europeo) e di voltare le spalle alla causa palestinese. A Teheran, in questa fase, è ormai risaputo, le leve del potere pendono dal lato dei ‘duri e puri’, cioè degli intransigenti che puntano su una guerra di logoramento con gli Usa. E che, per questo, hanno dato nuovo impulso alle operazioni dei gruppi che fanno parte dell’Asse di Resistenza. Cioè le milizie-satellite controllate dagli ayatollah, che nei Paesi vicini agiscono su input iraniano. Come nel caso dell’oleodotto saudita “Est-Ovest”, preso di mira, a quanto pare, da guerriglieri iracheni.

La città santa dell’Islam a rischio
Scrive Beatrice Farhat, del think-tank Al Monitor, che l’Arabia Saudita ha attivato per la prima volta l’allarme di emergenza nella città santa, da quando il gruppo Houthi yemenita ha intensificato gli attacchi con droni e missili contro il regno. La Mecca, per capirci, è il luogo dove i musulmani partecipano a speciali preghiere intorno alla Kaaba, il luogo più sacro dell’Islam sunnita, nel complesso della Grande Moschea. “Il governo di Riad – dice Al Monitor – ha diramato un allarme di emergenza alla Mecca, avvertendo di un ‘potenziale pericolo’. La Protezione civile ha esortato i residenti a evitare luoghi affollati e aperti e a cercare immediatamente riparo al chiuso. Dopo il primo cessato allarme, è stato successivamente dichiarato che il pericolo era passato, ma i residenti sono stati invitati a continuare ad evitare assembramenti e a non filmare o scattare foto. Avvisi simili erano stati emessi per i governatorati di Jeddah e Taif e sono stati revocati poco dopo”. Almeno 13 civili sarebbero rimasti feriti, infatti, dopo lanci di missili e droni in direzione di Khamis Mushayt, Abha e Taif. Secondo il colonnello Turki al-Maliki, portavoce della coalizione militare a guida saudita, “gli attacchi atroci e deliberati degli Houthi contro i civili in Arabia Saudita avranno una risposta ferma per proteggere la sovranità del regno”. In precedenza, gli Houthi avevano attaccato l’Arabia Saudita con alcune salve di missili e di droni, sparati contro le città meridionali di Abha, Khamis Mushait, Jazan e Najran. I bombardamenti avevano ferito 73 persone e interrotto l’attività di alcuni impianti industriali.
Le cause dell’escalation
“L’ultima escalation – sottolinea Al Monitor – è iniziata quando gli Houthi hanno lanciato un’offensiva cercando di avanzare verso lo Stretto di Bab el-Mandeb, che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden. Il controllo del territorio vicino allo Stretto darebbe agli Houthi una maggiore influenza su un’importante rotta marittima. Il conflitto in corso tra Stati Uniti e Iran – prosegue Al Monitor – che ha di fatto bloccato il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, ha accresciuto l’importanza di Bab el-Mandeb come rotta per il trasporto marittimo commerciale, in particolare per l’Arabia Saudita. Riad ha utilizzato oleodotti per trasportare il greggio dai suoi giacimenti orientali al porto di Yanbu sul Mar Rosso, aggirando così le interruzioni a Hormuz e continuando a spedire petrolio ai clienti asiatici attraverso Bab el-Mandeb. Ma anche questa rotta è ora minacciata. A luglio, gli Houthi hanno annunciato un blocco navale contro le navi saudite, avvertendo che le imbarcazioni che utilizzano i porti sauditi sul Mar Rosso potrebbero essere attaccate. Da allora, il gruppo ha rivendicato una serie di attacchi contro navi legate all’Arabia Saudita.
Gli sciiti yemeniti avanzano
- Gli Houthi hanno preso il porto di Mokha e poi sono riusciti ad avanzare verso lo stretto di Bab el-Mandeb, conquistando il controllo di posizioni strategiche. Il governo yemenita “ortodosso”, sostenuto dall’Arabia Saudita, ha detto che non permetterà agli Houthi “di fare ricatti geopolitici”. L’allusione è chiara e riguarda l’eventuale blocco dello Stretto di Bab el-Mandeb o, comunque, delle minacce alla navigazione commerciale nel Mar Rosso. Uno scenario che chiuderebbe il cerchio con il blocco di Hormuz, a completare quella “doppia mossa di strangolamento” da noi vaticinata in tempi non sospetti. “Lo Stretto di Hormuz – conclude Al Monitor – è già diventato uno strumento di pressione fondamentale per l’Iran nei confronti degli Stati Uniti. La comparsa di un secondo punto di strozzatura marittimo controllato da una forza allineata all’Iran, cambierebbe i calcoli degli avversari di Teheran”.

