01/07/2026
da Remocontro
Il governo Netanyahu ha votato una risoluzione di condanna per le persecuzioni e le uccisioni di un milione e mezzo di armeni nella Prima guerra mondiale, fatte dall’Impero Ottomano. Nobili ragioni ideali? Secondo Haaretz, proprio no. Si vuole impedire la cessione degli F-35 americani a Erdogan.
Amici e nemici
La notizia che arriva da Israele sembra quasi incredibile, anzi, paradossale: Netanyahu ha spinto il suo governo a riconoscere ufficialmente il “genocidio armeno” perpetrato dall’Impero Ottomano durante la Prima guerra mondiale. Intendiamoci, storicamente stiamo parlando di un fatto realmente avvenuto, durante il quale, con un’opera di vera e propria “pulizia etnica”, i turchi costrinsero milioni di armeni a lasciare le loro terre. Durante queste “marce della morte” successe di tutto, e un milione e mezzo di esseri umani persero la vita. Molti di loro, si dice, non solo di fame, stenti e malattie, ma anche perché furono giustiziati a sangue freddo. Da allora, spesso l’Occidente (per molti motivi) ha preferito non prendere l’argomento di petto. In fondo la “realpolitik” ci dice che la Turchia è un bastione dell’Alleanza atlantica e nessuno ha interesse a guastare i rapporti con Ankara per un fatto così tragico che, da quasi tutti, è stato subliminalmente rimosso dalla memoria collettiva. In fondo, dicono i politologi, quando si tratta di relazioni internazionali, gli Stati non hanno né amici e né nemici, ma solo interessi. Interessi? E quale può essere il vero scopo che sta dietro la mossa (apparentemente azzardata) di Bibi Netanyahu? Cioè, quella di attaccare così ferocemente la Turchia e, per la proprietà transitiva, soprattutto il suo Presidente, Recep Tayyip Erdogan?
Etica e geopolitica
Cominciamo dalla fine. Con quale faccia e, in particolar modo, con quale credibilità, si dice (e non solo in Turchia ovviamente) il governo israeliano può lanciare accuse di “genocidio” a chicchessia, dopo il carnaio combinato dall’IDF a Gaza? A giudicare dalle prese di posizione espresse dalla Corte internazionale di giustizia dell’Aja, l’azione dello Stato ebraico sembra diplomaticamente temeraria. Sembra, perché evidentemente deve avere altri obiettivi. Intanto, non si tratta di una trovata estemporanea dell’attuale governo di Tel Aviv. Nell’establishment politico ebraico si parla da molto tempo di “genocidio armeno”, anche se per ragioni di opportunità legate all’interesse nazionale, finora si era deciso di non formalizzare il punto di vista israeliano. Ma negli ultimi anni, dopo il 7 ottobre e la “sterilizzazione” scientifica di Gaza, con missili e bombe da una tonnellata, ordinata da Netanyahu, i rapporti con Erdogan si sono fatti progressivamente più aspri. Fino ad arrivare a veri e propri scambi di insulti e di pesanti minacce. Tra l’altro, è entrato in crisi anche il gentlemen’s agreement che Ankara aveva (e in un certo senso ha ancora) con Tel Aviv, a proposito del controllo della Siria. Dunque, i motivi che hanno spinto Netanyahu a bollare come “genocida” la politica della Turchia nei confronti degli armeni, rispondono sicuramente a logiche che non sono propriamente di nobile idealismo umanitario.
Netanyahu ed Erdogan
Esther Solomon, acuta analista di Haaretz, quotidiano liberal israeliano, sostiene che quella del Presidente contro Erdogan sia una manovra “strategica”, studiata da tempo per cercare di creare una frattura tra il leader turco e Donald Trump. “Bibi” teme, in particolare, che l’accresciuto peso geopolitico dell’ex “Sublime Porta” possa portare la Turchia a crescere fino al punto da creare una minaccia per Israele. Parlando di fatti concreti, la Solomon cita in primis il contratto per gli avanzatissimi aerei F-35, che dovrebbero essere forniti all’aviazione di Erdogan. È proprio ciò che Israele non vuole e che sta facendo perdere il sonno a Netanyahu. La filosofia dello Stato ebraico è quella di mantenere l’assoluta supremazia tecnologica nel campo degli armamenti su tutti i vicini della regione. Indipendentemente dal fatto che siano amici o nemici. Su questo Tel Aviv non fa distinzioni, perché per Israele conta solo l’interesse nazionale. Tutte le altre sollecitazioni vengono dopo, anche se sulla carta sei il più fedele dei suoi alleati. La storia è piena di incidenti di percorso e di “misunderstandings”, specialmente con gli americani.
La storia degli F-35
La vera ragione per cui Israele riconosce il genocidio armeno – scrive ancora la Solomon – non è una tardiva rivelazione morale o una posizione di principio contro il revisionismo storico. Si tratta piuttosto del ‘grande regalo’ che Trump sta preparando per il Presidente Erdogan. La scorsa settimana, a Trump è stato chiesto se si sarebbe recato al vertice NATO del 2026 ad Ankara, previsto per la seconda settimana di luglio, con un pacco-dono per la Turchia, contenente aerei da combattimento F-35. ‘Sì. Penso di sì… Probabilmente farò qualcosa che renderà Erdogan molto felice’, ha risposto il Presidente. Sottolineando che il Premier turco era sia un ‘amico’, che un ‘grande leader’ e una ‘persona molto forte’, e ‘non un grande fan di Israele’. Gerusalemme difficilmente troverà conforto nel fatto che, su quest’ultimo punto, Trump sia ancora capace di usare un eufemismo. È istruttivo notare – conclude l’analista di Haaretz – che anche il Congresso degli Stati Uniti ha usato il riconoscimento del genocidio armeno come una frusta per colpire la Turchia, in seguito alla decisione di Erdogan di acquistare i missili russi S-400 nel 2019, con una legge passata quasi all’unanimità in entrambe le Camere”.
- Usando il grandangolo, la crisi turco-israeliana si allarga, però, e coinvolge le regioni del Caucaso e l’Iran. La geopolitica è complicata. Dietro il vecchio genocidio armeno si agitano questioni di scottante attualità: lo scontro tra Armenia e Azerbaigian e il petrolio e il gas che quest’ultimo fornisce a Israele. Non solo. Proprio l’Azerbaigian, accusano gli ayatollah, è diventato una “testa di ponte sionista” per attaccare l’Iran. Insomma, la condanna del genocidio armeno, fatta da “Bibi” con un secolo di ritardo, riguarda proprio tutto, meno che una sua reale preoccupazione “umanitaria”. Perché, come al solito, gratta gratta, sotto la vernice dei nobili ideali, finisce per spuntare sempre e comunque la vecchia necessità di spartirsi i pani e i pesci.

