22/05/2026
da Il Manifesto
I testimoni La Global Sumud Flotilla ha raggiunto il suo scopo, l’abbattimento del muro narrativo che la stampa e la politica occidentali hanno contribuito a erigere: costringe a guardare quanto giornalisti, attivisti, cittadini e prigionieri palestinesi denunciano, quanto scrivono in libri e articoli e mostrano nei loro film e nelle dirette tv
Qualche tempo fa a Zahra Shorrab è capitato di vedere una foto su Instagram: un uomo legato mani e piedi, seduto a terra con la schiena poggiata contro un blocco di cemento, gli occhi bendati e indosso una tuta bianca. Sul post era taggata la posizione, Gaza City. La donna ha osservato i pochi tratti del volto rimasti scoperti e lo ha riconosciuto: è suo figlio Mohammed. Lo cercava da due anni.
Era scomparso nel nulla il 20 agosto 2024. Sopra la foto c’è un «annuncio»: «In vendita». Il post è stato pubblicato da un soldato israeliano di stanza a Gaza, Harel Amshika, sul suo profilo. Di Mohammed non si hanno notizie.
È solo uno di innumerevoli casi: cittadini israeliani, siano essi soldati semplici o ministri, esibiscono crimini di guerra e contro l’umanità. Quanto avviene in Palestina non è mai stato un segreto. Eppure Israele lavora alacremente per tenere fuori i giornalisti internazionali e ammazzare quelli palestinesi. Investe una fortuna per la Hasbara, la propaganda di Stato (dai 15 milioni del 2023 ai 700 del 2026) necessaria a ripulire la propria immagine con l’aiuto di influencer, intelligenza artificiale ed eventi pubblici. Ha fatto pressioni, spesso nemmeno necessarie, sui governi amici perché reprimessero le manifestazioni per la Palestina e ha minacciato più volte le Corti dell’Aja. Da ultimo ha tentato di arginare gli effetti delle flottiglie, di mare e di terra.
Potrebbe apparire una contraddizione e il macabro show di Ben Gvir pare confermarlo: il ministro autodenuncia le pratiche di detenzione israeliane mentre il resto delle istituzioni, davanti alle condanne internazionali, le etichettano come l’atto un po’ folle di un singolo. La contraddizione, però, non c’è: quello che Israele cerca di impedire è la testimonianza diretta esterna. Ha silenziato le voci della stampa palestinese e internazionale. Ha demonizzato ogni rapporto di ong indipendenti e delle Nazioni unite. Nel caso della Flotilla, è giunto alle porte d’Europa per rapire persone che non puntavano tanto a rompere il blocco di Gaza – impresa impossibile – ma a infrangere il silenzio che lo sostiene.
La Global Sumud Flotilla ha raggiunto il suo scopo, l’abbattimento del muro narrativo che la stampa e la politica occidentali hanno contribuito a erigere: costringe a guardare quanto giornalisti, attivisti, cittadini e prigionieri palestinesi denunciano, quanto scrivono in libri e articoli e mostrano nei loro film e nelle dirette tv. La sua spettacolare cattura e l’umiliazione inflitta ai prigionieri confermano la minaccia che una simile missione rappresenta per Israele.
Il genocidio era già in diretta, ora ignorarlo è più difficile. Spetta agli equipaggi di terra continuare ad amplificare la voce palestinese.

