24/03/2026
da Remocontro
Messo alle strette dai numeri impietosi dei sondaggi e dalla rivolta dei mercati, Donald Trump ora cerca freneticamente una via di fuga dalla sua sconsiderata avventura iraniana. Dimenticati i proclami sulla sicurezza e sui valori democratici, rivela che la sua reale preoccupazione è il business dell’energia. Ed ha avviato colloqui col regime che aveva giurato di abbattere. Per applicargli il ‘modello Maduro’.
Signori, si cambia
I bollettini di guerra più dolorosi, quelli che in prospettiva politica rischiano di essere devastanti per Trump, arrivano da Wall Street e dai corridoi del Congresso. Più si incarognisce la situazione nel Golfo Persico e maggiore diventa la preoccupazione dei mercati. Che qualcuno teme, a fronte dell’ennesima e improvvisa escalation, possa diventare panico. A Capitol Hill, invece, mezzo Partito repubblicano è sul piede di guerra e sta per cadere in depressione, dando quasi per perse le elezioni di Medio Termine. Molti rappresentanti della Camera e senatori GOP della base MAGA, visti gli ultimi indicatori di RealClearPolitics sul “job approval” del Presidente e sul trend del “voto congressuale generico” (quasi cinque punti a favore dei Democratici) stanno assediando lo Studio ovale. E, per quello che filtra dalle segrete stanze, pare che Trump sia sottoposto a pressioni concentriche, per turare le falle dell’economia, prima che tutto il Titanic repubblicano affondi come un ferro da stiro, dopo essersi scontrato con l’iceberg persiano. Insomma, a leggere quotidianamente i “polls” relativi alle voci più importanti che giudicano l’operato dell’Amministrazione, anche un orbo si accorgerebbe che o si cambia politica o si perde irrimediabilmente il consenso popolare.
Una via d’uscita già praticata
Ma, ancora prima delle “Mid Term”, c’è il rischio che a pagare dazio, pesantemente, siano quei settori produttivi particolarmente sensibili al costo dell’energia e dei fertilizzanti. E questo significa aumento dei prezzi, possibile impennata dell’inflazione, ricadute sul mercato del lavoro e rialzo dei tassi d’interesse. Se di sicuro non saranno contenti gli elettori di Trump, probabilmente non lo saranno nemmeno i suoi ricchi finanziatori. Ecco perché, già da diversi giorni, “adviser” e “sherpa” dei Dipartimenti e Agenzie che contano di più (Stato, Difesa, Direttorato per l’Intelligence) si stanno affannando ad elaborare una strategia di “way out” dal pantano iraniano. Ieri, in un botta e risposta con i giornalisti, Trump ha sorpreso un po’ tutti dicendo di essere pronto a controllare lo Stretto di Hormuz “con chiunque dovesse essere il prossimo Ayatollah”. A patto, beninteso, di arrivare a un accordo per il quale si sta già lavorando e che potrebbe avere le caratteristiche di quello raggiunto con il Venezuela. Un’affermazione che apre scenari finora inesplorati, una vera e propria terra incognita, specie se si osserva che uno degli obiettivi (se non il vero primo obiettivo) dell’attacco israelo-americano all’Iran era stato quello di abbattere il regime teocratico fino all’ultimo turbante. Anche se Trump, nell’intervista, come al solito, dice tutto e il contrario di tutto.
Le dichiarazioni alla CNN
«Ci sarà anche un cambio di regime molto serio”, ha detto Trump parlando con i giornalisti. A dire il vero, tutti i membri del regime sono stati uccisi. Ci sarà automaticamente un cambio di regime. Ma abbiamo a che fare con persone che trovo molto ragionevoli, molto affidabili. Le persone al loro interno sanno chi sono, sono molto rispettate. E forse uno di loro sarà esattamente quello che stiamo cercando». A questo punto, Kaitlan Collins, della CNN gli chiede: «E lo Stretto di Hormuz? Chi lo controllerà? Trump risponde: Sarà aperto molto presto, se questo piano funziona». Kaitlan Collins: «Quanto presto? E chi lo controllerà? L’Iran sarà ancora in grado di controllare il flusso di petrolio?». Donald Trump: “Sarà controllato congiuntamente”. Kaitlan Collins: “Da chi?”. Donald Trump: «Forse io, forse io e l’Ayatollah, chiunque sia l’Ayatollah, chiunque sia il prossimo Ayatollah. Guardate, ci sarà anche un cambio di regime molto serio. Ora, in tutta onestà, tutti quelli del regime sono stati uccisi. Stanno davvero iniziando. Ci sarà automaticamente un cambio di regime. Ma abbiamo a che fare con persone che trovo molto ragionevoli, molto solide. Le persone al loro interno sanno chi sono, sono molto rispettate. E forse uno di loro sarà esattamente quello che stiamo cercando. Guardate il Venezuela, come sta andando bene. Stiamo ottenendo ottimi risultati in Venezuela con il petrolio e con le relazioni tra il Presidente eletto e noi».
«E forse potremmo trovare qualcuno di simile in Iran».
Colloqui si o no? E dove
Su ‘Truth Social’ Trump, in precedenza, aveva annunciato una moratoria di cinque giorni per i bombardamenti contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane. La scelta sarebbe stata la conseguenza dei colloqui, definiti ‘produttivi’ con Teheran. Trump ha aggiunto che un accordo con l’Iran dovrebbe vietare le armi nucleari e prevedere un cambio di regime. Ma, secondo il Wall Street Journal, il Ministero degli Esteri iraniano ha smentito tutto, anche se diplomatici arabi hanno confermato l’esistenza di abboccamenti. Sottolineando, però, che gli ayatollah hanno posto condizioni molto rigide. Secondo quanto scrive il quotidiano di Tel Aviv, Haaretz, «un funzionario israeliano ha affermato che gli Stati Uniti mantengono contatti diretti con Mohammad-Bagher Ghalibaf, Presidente del Parlamento iraniano, mentre il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, che ha guidato i negoziati finora, è coinvolto nell’attuale ciclo di colloqui nel tentativo di ottenere un cessate il fuoco entro pochi giorni». Il giornale però avverte anche che «Ghalibaf ha negato che fossero in corso dei colloqui, definendoli ‘notizie false’ in un post su X. Secondo il Presidente del Parlamento, il popolo iraniano esige una punizione completa e severa per gli aggressori’ e la notizia dei colloqui è stata diffusa per manipolare i mercati petroliferi». In ogni caso, fonti anonime israeliane (il Mossad?) indicano come possibili sedi dei colloqui di pace l’Egitto, la Turchia e, soprattutto, il Pakistan.
- Intanto, quasi a dare ragione a Ghalibaf, gli indici azionari statunitensi hanno registrato un rialzo e i future sul petrolio Brent sono scesi sotto i 100 dollari al barile. Tutto questo mentre l’Agenzia Internazionale dell’Energia comunica che «la guerra contro l’Iran sta avendo conseguenze sui mercati petroliferi globali più devastanti rispetto alle due crisi degli anni 70».

